Vale la pena riflettere su alcuni profetici passaggi tematici di questo discorso che Piero Calamandrei tenne agli studenti di Milano più di mezzo secolo fa.

“ L’art. 34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo –“ L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E’ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili, politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un  giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza politica. E’ un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me n’ importa della politica?”. Quando sento fare questo discorso mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: “ Ma siamo in pericolo?” E questo dice: “ Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: “ Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda”. Quello dice: “ Che me ne importa? Unn’è mica mio!”.

Questo è l’indifferentismo alla politica.”   

IL MOMENTO DELLA VERGOGNA

C'è un tempo per ogni cosa: ora per gli amministratori è quello di dire la verità e di chiedere scusa; per i cittadini di chiedere il conto tagliando alla radice il vecchio sistema delle appartenenze e pretendendo anche da se stessi rigore e disinteresse nelle scelte politiche; per i partiti di rinnovarsi nel solco di una tradizione di cultura e di sapere senza i quali diventerebbero quello che sta dimostrando di essere il M5S agli occhi del mondo.

GIULIANOVA ADDIO

NEL LENTO SFIORIRE DELLA QUALITA' DELLA VITA A GIULIANOVA SI CONSUMA DAVANTI AGLI OCCHI INDIGNATI, MA IMPOTENTI, DEI CITTADINI IL TANGIBILE DECLINO URBANO ANNUNCIATO DA QUESTO SITO AL SUO NASCERE, NEL LUGLIO DELLO SCORSO ANNO, CON SERVIZI FOTOGRAFICI, NARRATIVA GIORNALISTICA E VIDEO CHE RIPROPONIAMO IN TUTTA LA LORO PROFETICA DRAMMATICITA'.

I PARCHI - VESPASIANI PUBBLICI

di Marcella Vanni

Totalmente privo di quegli “evangelici furori”che sotto sotto risuonano del meno ideale clamore delle onorificenze e talvolta anche del poco nobile tintinnio di contributi elargiti da Comuni che affogano in mille difficoltà economiche, il senso innato, spontaneo e disinteressato, quindi non strumentalizzabile, della partecipazione democratica alla vita della città come espressione di una collettiva coscienza civile aveva portato l’occhio della nostra videocamera a frugare tra le macerie delle nostre strade, sul verde-paglia dei nostri parchi profanati da escrementi animali di ogni genere, pertanto preclusi al trastullo dei bimbi, tra i percorsi delle passeggiate fluviali aggrediti dalle erbacce e dalle canne, tra l’abbrutimento dei segni dell’assalto consumistico alla passeggiata a mare con le spiagge divorate dal cemento e il cangiante “tremolar della marina” rubato alla suggestione degli occhi e all’emozione dei sentimenti. 

I GABBIANI E LA SPIAGGIA FERITA

Era il bisogno di non restare indifferente al linguaggio dei segni così caro al Pasolini degli “Scritti corsari”; era la volontà di non girare la testa per non vedere morire i propri sogni di ragazzi, nati e cresciuti in questa città, dentro le lamiere  contorte e arrugginite di un vecchio frigorifero riverso sulla sabbia dorata a pochi passi dalla riva e dal tenero candore di una colonia di gabbiani in conversazione tra loro dopo il volo; era il tentativo di far suonare un campanello d’allarme, di elevare un monito alla saggezza di chi ci amministra a ritrovare l’ago della bussola prima che fosse tardi.

C'ERA UNA VOLTA LA VISTA DEL MARE

Che ingenuità pensare che la politica abbia ancora un’anima: il dolore di quelle immagini e la pena corale di quei servizi affidati alla poetica mestizia del flauto dolce non hanno parlato né alla mente né al cuore degli amministratori troppo occupati ad innalzare un monumento alla loro popolarità al di là di ogni comprensibile dubbio, troppo impegnati a tappare le falle di una turbolenta navigazione affidata ad una maggioranza caratterizzata da contaminazioni politiche senza confini, distratti da infruttuosi allestimenti di teatrini della democrazia partecipativa, partecipata pressocchè dai soli organizzatori, per i quali l’esangue comune di Giulianova ha stanziato addirittura 12 mila e 500 euro.

LA SPIAGGIA DEI MIRACOLI

Tra l’agosto del 1947 e il febbraio del 1948 Rossellini girò in una Berlino spettrale, completamente sventrata, con la gente in coda ai negozi di generi alimentari, il mercato nero praticato per le strade, i bambini che giocano a piedi nudi tra le macerie o succhiano mozziconi di sigarette tra le rovine di edifici martoriati dalle bombe, il film “Germania anno 0” nel quale il suicidio di un bambino di 12 anni, il piccolo ma già vecchio Edmund, incarnava le macerie invisibili che la guerra, come forza degenerativa del Potere produce dentro gli uomini più ancora che fuori, sulle cose.

« Quando le ideologie si discostano dalle leggi eterne della morale e della pietà cristiana, che sono alla base della vita degli uomini, finiscono per diventare criminale follia. Persino la prudenza dell'infanzia ne viene contaminata e trascinata da un orrendo delitto ad un altro non meno grave, nel quale, con la ingenuità propria dell'innocenza, crede di trovare una liberazione dalla colpa » recitava il cartello introduttivo del film e “Le persone vivono nella tragedia come nel loro elemento naturale” ammoniva una voce fuori campo all’inizio del film. Quando si è a questo punto si è ad un bivio: o un nuovo punto di partenza ricominciando a vivere su altre basi e nuove scale di valori, o l’ “ultimo approdo di una società che sembra non essere più in grado di vivere, che vaga allucinata in una realtà che, come un limbo, sembra precedere appena l’annullamento totale di tutto”.

E’ proprio dalla lezione del grande regista che girando quel film interrogava la realtà per dire “Guardate che cosa abbiamo fatto a noi stessi”  che i politici dovrebbero prendere lo spunto per ripartire e diradare le ombre prodotte dalla degenerazione del sistema partitico che hanno reso grigia, opaca e demotivata la fascia intermedia che funge da cerniera tra i protagonisti della vita cittadina: la gente, da una parte, con i suoi bisogni e le difficoltà quotidiane; gli amministratori, dall’altra, che, inseguendo quello che Guicciardini chiamava il “particulare”, quelle aspettative, il più delle volte, non cercano di intercettare.