di Marcella Vanni

Quello che sto per raccontare sarà comune a molti di voi, cari amici della rete, in particolar modo a coloro che appartengono alla mia generazione, quelli del 42.

Quando nasceva il Festival di San Remo, nel 1951, trasmesso per radio dal Salone delle Feste e degli Spettacoli del Casinò Municipale di San Remo, io avevo nove anni.

Dalla memoria riemergono intatte, in tutta la loro emozione, lattesa della famiglia al gran completo e degli amici che si univano al gruppo di ascolto, lansia di sentire le note inconfondibili dellorchestra del Maestro Cinico Angelini e la voce inimitabile di Nilla Pizzi, mai superata nel record di vincere, nel 1952, in una sola serata, 1°, 2°e 3° posto con Vola colomba, Papaveri e papere, Una donna prega.

Erano gli anni del dopoguerra, della ricostruzione sulle macerie che linsensato imperialismo delle nazioni aveva lasciato dentro e fuori della gente: ferite difficili da rimarginare che stimolarono, però, quello slancio vitale, quella fioritura della creatività imprenditoriale che, incentivando il lavoro e loccupazione, produssero quella rinascita dellItalia passata alla storia con il nome di Miracolo economico.

Noi ragazzi, ascoltando le canzoni sognavamo lamore che esse celebravano e, più tardi, quando nel 1955 il Festival cominciammo anche a vederlo grazie alla TV, mentre i nostri cuori si perdevano dentro la melodia degli archi della grande orchestra della RAI e le parole damore dei testi, i nostri occhi venivano rapiti dallo scintillio degli abiti da sera, dalla originalità delle acconciature, dai riflessi dei gioielli.

Dal 1977 la febbre dei nostri occhi aumentò salendo anche noi su quel palco favoloso del Teatro Ariston, che il talento di Gaetano Castelli rendeva ogni anno magico.

Tutta lItalia passava su quel palco, dentro le scenografie, i meccanismi dingaggio degli operatori, del conduttore, dei cantanti, degli ospiti: uno spaccato vivo e palpitante di una nazione tanto diversa tra Nord e Sud, la vetrina scintillante di una  Italia a due velocità: dentro,  sulle poltrone di velluto rosso, sorridenti e compiaciuti nelle loro eleganti tolette, i ricchi, mescolati a noti personaggi delle caste politiche e culturali del Paese: volti sereni, tirati a lucido, sui quali era difficile trovare traccia della fatica per il pane quotidiano. Fuori la gente comune, quella che, giorno per giorno, con il proprio lavoro contribuiva a creare la ricchezza dei signori che stavano dentro. Persone semplici, paghe delle piccole soddisfazioni di una vita familiare, modesta ma onesta.

Tanti anni si sono posati su questo angolo dellItalia, sulla pittoresca Liguria e sul suo Festival, evento nazionale di richiamo europeo e via via sempre più mondiale.

Sono cambiati i costumi, le mode, i gusti, le canzoni, gli stili musicali, ma linteresse per il Festival è sempre stato alto per me, una occasione preziosa per studiare lidentità del mio Paese, i campi di evoluzione o, al contrario, quelli dellimpoverimento creativo e artistico.

I miei ex allievi ricorderanno sicuramente che ogni anno, tra la fine di febbraio e i primi di marzo, tra le varie tracce del compito in classe di italiano proponevo sempre una riflessione critica sullevento appena concluso. La prova della complessità di una simile analisi argomentativa era che, sebbene la mia richiesta tematica pur se con le variabili contingenti fosse prevedibile, quindi gli studenti avrebbero potuto prepararsi per tempo, pochissimi sceglievano quella traccia.

Con il passare del tempo gli italiani hanno assistito ad una vera e propria aggressione dellaspetto spettacolare e commerciale su quello musicale e artistico che erano il cuore del Festival e le ragioni stesse della sua nascita.

Pur svuotato sempre più delle emozioni musicali della tradizione melodica italiana, dellinteresse tematico, schiacciato sul sociale a danno della poesia dellesistenza, appesantito dalla ricerca di una originalità innaturale da parte degli autori con il risultato di proposte musicali ripetitive, noiose ed estranee alla memoria di massa del giorno dopo, sebbene il Festival sia diventato sempre più un procacciatore di celebrità a personaggi già noti della televisione e dello spettacolo con compensi iperbolici, spesso anche immeritati, francamente insopportabili in una società sempre più immiserita, per quanto il giorno dopo non riusciamo a canticchiare un solo motivo di quelli da poche ore ascoltati, il Festival ha continuato a rappresentare per me, come per tanti italiani, un appuntamento da non perdere.

Ma a tutto c’è un limite.

Io credo, in generale, che ancora più indegni del compiere un crimine, unazione illegale, un abuso di potere, accordi sotto banco non proprio nobili, siano il modo in cui li si realizza, la spregiudicatezza con cui si opera, rappresentativa di un assoluto disprezzo per la capacità e la volontà da parte delle istituzioni e degli organi preposti al rispetto della giustizia e dellordinamento sociale a pretendere il rispetto delle regole. Come se il popolo fosse ormai considerato gregge da portare al pascolo senza spiegazione alcuna.

Tornando al Festival, qualche giorno fa, scorrendo alcuni organi di informazione e soffermandomi su alcune immagini fresche di stampa, mi sono chiesta, non so se più indignata o avvilita come italiana, se davvero Carlo Conti, divinizzato lo scorso anno per lindice degli ascolti, preoccupato per lattuale reputazione della RAI, del flop della maggior parte dei suoi programmi e della caduta a picco dellindice di gradimento, pensasse davvero di poter far passare agli occhi degli italiani l Operazione De Filippi come una grande conquista.

Conquista di che cosa?

Che pur avendo a disposizione un panorama straordinario di uomini e donne eccezionali del nostro mondo culturale ed artistico, capaci di rappresentare al meglio la seduzione dellArte italiana agli occhi del mondo intero, lUomo Auditel andasse a cercare con un ridicolo corteggiamento la voce di una emittente concorrente, la potente zarina di Mediaset, che firma una trasmissione stupida e volgare come Uomini e donne,  la cui indecenza, oltre ad umiliare entrambi i generi, induce ad abbandonare quelle inguardabili sequenze linconsapevole telespettatore spinto incautamente  da quelle parti  dalla curiosità del telecomando?

Non ho la fama di Celentano che poteva chiedere ai suoi ammiratori di spegnere per protesta la TV; non ho nessun tipo di potere per ribellarmi a questo declino della TV pubblica, che di pubblico non ha più niente e gli italiani continuano a mantenere con il loro danaro, ma una cosa posso farla per non sentirmi parte di quel gregge di cui Carlo Conti si accinge ad essere il ricchissimo pastore: per la prima volta non guarderò il Festival di San Remo e cercherò una vera emozione in uno dei tanti bellissimi film offerti dalle Tv private senza canone.

E’ peccato sperare che lo facciano in tanti?

1 Maggio 2015

 

Tutte le promesse si mantengono. Così il 26 aprile ho dovuto onorare quella fatta alla mia casa che, con tanta generosità, aveva lasciato il posto alle mie urgenze letterarie e grafiche. Per quattro giorni e con turni di lavoro fuori da ogni tutela sindacale mi sono rinchiusa in soffitta ed ho affrontrato gli effetti devastanti dello tsunami che l’aveva investita dal giorno del nostro insediamento fino ad oggi.

Così anche lei ha potuto festeggiare il suo 25 Aprile.

                 Sono felice, ho la schiena a pezzi, ma le mie emozioni sono intatte e l’orologio è fermo alle 17,30 del

 

25 Aprile 2015

 

A voi tutti che eravate con me, al Kursaal di Giulianova per la presentazione-proiezione di

“OLTRE LA VITA”

     L’emozione e la commozione, i vostri abbracci e le lacrime irrefrenabili, mie e vostre, al riaccendersi delle luci, in un comune sentire di una umanità che si ritrova, vera e intatta, nonostante l’oltraggio del nostro tempo, mi hanno impedito di dirvi le parole che avevo nella mente e nel cuore.

     Lo farò ora.

     Ancora una volta la mia città mi ha avvolto con il suo abbraccio affettuoso che si è espresso con la vostra partecipazione così numerosa, attenta, emozionata.

     Tra voi i volti cari alle stagioni della mia vita: i volti della famiglia, il porto sicuro, le radici da cui tutto è cominciato e grazie al quale oggi sono così e non in un altro modo; quelli dell’amicizia, sacra, perché sincera e leale; i volti della professione, della scuola: le mie compagne della scuola elementare, i miei colleghi, i miei alunni - il mio orgoglio in giro per il mondo, il mio professore di latino e greco; i volti della passione artistica, della sperimentazione teatrale, della ricerca espressiva, dell’impegno sociale; i volti della mia gente, che non conosco personalmente, ma appartengono comunque alla mia vita, respirano l’aria della mia città, l’odore della salsedine del nostro mare, la sua voce che sa di eternità, la flagranza della storia racchiusa nelle pietre antiche.   

     Grazie a tutti voi, ad ognuno di voi.

     L’emozione che mi avete regalato ha onorato il nostro lavoro e quanti hanno dato il loro contributo per il successo di questo incontro.

     Un incontro di anime, di intelligenze, di spiritualità, di ricordi, di speranze.

     Siatene orgogliosi, perché noi e voi, insieme, in quelle ore pomeridiane del 25 Aprile, benedette da un caldo sole, abbiamo scritto un’altra pagina di quella letteratura sociale che abbiamo inaugurato nello stesso salone del Kursaal il 9 febbraio dello scorso anno con “La lunga strada verde”, il libro ispirato dal percorso umano e professionale, sportivo e associativo di Luigi Chiodi, sempre affiancato e sostenuto dalla comune passione e dalla instancabile opera di Anna Chiodi.

    Mi auguro che “Oltre la vita” possa arrivare al cuore di tutti, ma di una cosa sono certa: questo libro parlerà al cuore di coloro che appartengono a quella generazione di uomini e donne che, come Ada, negli anni bui del secondo conflitto mondiale, avevano diciotto anni e videro la loro giovinezza profanata dalla ferocia di una guerra che essi non avevano voluto, di cui non erano responsabili.

     Uomini e donne che non si atteggiarono a vittime, ma attraversarono la furia degli eventi con dignità e spirito di sacrificio individuale e collettivo, con azioni che spesso diedero luogo ad imprese di fulgido eroismo, come testimoniano le medaglie al valore appuntate nel corso degli anni dalle mani di diversi Presidenti della Repubblica sulle bandiere di non pochi Comuni della nostra Regione.

     Non si lamentarono mai e non si arresero, quelle donne e quegli uomini, ma chiusero il dolore nei petti e andarono avanti affrontando le bombe, la fame, il filo spinato, la tortura, il terrore di un mondo alla rovescia che obbediva solo alla violenza e faceva del Futuro un sogno impossibile.

     Per questa ragione penso che la letturas di questo libro potrebbe essere assai utile a coloro che 18 anni li hanno oggi e li vivono in una sconvolgente dimensione di vuoto della memoria, di coscieza del Presente, di progettualità del Futuro.

     Nella volontà di una obiettiva  analisi e di una sana autocritica penso che l’amore senza confini per i nostri figli e per noi stessi possa diventare una miscela generazionale esplosiva con conseguenze del tutto contrarie alle proprie intenzioni.

     I giovani che oggi hanno 18 anni sono i figli e i figli dei figli di coloro che settanta anni fa festeggiavano la Liberazione nel pieno della loro giovinezza.

     Forse furono proprio l’euforia per la libertà ritrovata quando ormai non ci speravano più e la conseguente voglia di seppellire per sempre il ricordo delle umiliazioni subite, delle privazioni imposte,delle sofferenze sopportate ad indurre quegli uomini e quelle donne, nel dopoguerra, gli anni del riscatto e della ricostruzione, a dare ai loro figli, e poi ai figli dei loro figli, tutto quello che a loro era stato negato, a cominciare dal respiro facile della vita.

     Forse pensarono di raggiungere lo scopo facendo da battistrada per eliminare ogni ostacolo dal cammino dei figli e appianare ogni difficoltà, ma dimenticarono che proprio quelle difficoltà, quei sacrifici, quelle decisioni rapide, che spesso salvavano la vita, li avevano resi forti nel corpo e nello spirito, avevano rinvigorito la volontà, acuito l’intelligenza, irrobustito il rigore morale e li aveva resi più innamorati della vita. In quegli anni, in cui erano stati costretti a conoscere il significato reale, non solo lessicale, della parola FAME, quei giovani si erano nutriti di sogni, perché i sogni si nutrono di desideri e i desideri nascono dentro di noi quando aspiriamo a qualcosa che non abbiamo.

     Forse per amarli di più abbiamo tolto a queste due generazioni una fondamentale condizione della crescita ritardando il loro incontro con la vita e rendendole troppo deboli per affrontare il dolore della storia.

                                                              

                                                               M a r c e l l a  V a n n i

 

Tra documentari, parti lette tratte dallo stesso libro, discorso del Dittatore di Chaplin, emozione generale in un Kursaal pieno di gente accorsa per la presentazione del libro Oltre la vita di Marcella Vanni. Vita e ricordi di Ada Nepa, ottantanovenne giuliese attraverso la cui storia la scrittrice ha ripercorso la Giulianova dei primi del Novecento, le sue tradizioni, i suoi personaggi, ricordando la figura di Padre Serafino, ma anche le pagine tristi del periodo della guerra. Forte emozione. Grazie, Marcella. I giovani hanno bisogno di questi ricordi.

                 

                                                       Adalberta Chiodi

DANIELA MUSINI, attrice, scrittrice e pianista

 

Giardini Naxos: “I 100 piaceri di d'Annunzio” di Daniela Musini vince il primo premio assoluto al Premio Internazionale “Il Convivio” 2015

 

Ancora un prestigioso riconoscimento all'artista abruzzese e al suo libro, ormai un caso editoriale

 

 

 

Arriva l’ennesimo prestigioso riconoscimento per Daniela Musini ed il suo “I 100 piaceri di d’Annunzio”. L’opera , un colto ed intrigante glossario sulle passioni ed i piaceri del Vate, si aggiudica il primo premio assoluto al Premio Internazionale “Il Convivio 2015” di Giardini Naxos (Messina).  La cerimonia di premiazione si svolgerà Domenica 25 ottobre.

 

Sono stati 1065, di cui 68 stranieri, gli scrittori che hanno partecipato all'edizione 2015 del Premio Internazionale “Poesia, Prose e Arti figurative” organizzato dall'Accademia Internazionale “Il Convivio”.

 

Tra le 1467 opere partecipanti alle varie categorie, la prestigiosa Giuria presieduta da Giorgio Barberi Squarotti (Presidente onorario) e composta da 22 membri, ha conferito il primo premio assoluto per la Saggistica a “I 100 piaceri di d'Annunzio. Passioni, fulgori e voluttà” di Daniela Musini.

 

 «Sono felicissima  e orgogliosa di questo premio – dice Daniela Musini – la premiazione  avverrà in un luogo magico: i Giardini Naxos, in quella terra baciata dagli Dei che è la Sicilia.  Sarò ancora una volta, attraverso la figura di Gabriele d’Annuzio, ambasciatrice del nostro Abruzzo»

 

L'opera della scrittrice abruzzese continua a mietere successi: ben 12 sono finora i riconoscimenti nazionali e internazionali ad esso attribuiti, tra i quali spiccano il primo premio assoluto al Premio Nabokov 2011 e il trophée Ville Lumière al World Literary Prize a Parigi nel giugno 2015.