Dall'opera  La fuga della luna

        di Marcella Vanni  

               

                                               

La luna e il sogno

 

Un soffio  d’aria fresca stimola il petto.

“ Che cosa m’è successo, luna cangiante, dimmi, perché mai sento un peso proprio qui,

dove nasce l’amore? Perché ora sei più lontana?”

 “ Oh, no, Ma’, io sono lì con te: in braccio a me ti sei addormentata e nel sonno hai

parlato come quando, bambina, cercavi le parole fatate di nonna Anna.

Guarda la tua mano, Ma’… E’ ancora stretta, odora … Attraversa la nebbia che ti

avvolge ancora, ascolta … Cerca,  Ma’, è l’ora … 

Da un sentiero di vipere compare e scompare, come un arazzo di filigrana, una

ragnatela di minuscole essenze che producono un vocalizzo polifonico.

Ho preso in mano la terra bruna e secca, l’ho stretta in pugno fino a romperla e ne

ho sentito l’odore forte e buono.

Sono andata sulla spiaggia e ho giocato con la sabbia, bionda e calda, morbida, vera.

Era lì da secoli e mi aspettava.

Ho camminato a piedi nudi sulla sabbia bruna, raggiunta e abbandonata dall’acqua

piccola del mare : “Ascolta, Ma’, ascolta …”  e mi sono persa nel suo racconto.

Lontano la linea dell’orizzonte. Vicino la virata dei gabbiani sulla superficie del mare, il

colloquio muto, l’intesa.

Per terra il disordine delle conchiglie, umide, varie, intere, spezzate, colorate, in attesa

della mia mano, in cerca di vita.

Attimi e attimi: ho sentito il respiro della natura.

Questa città io non voglio più amare, ma solo il mare io voglio stringere tra le braccia

e portare negli occhi.

Qui io ti cercherò per sempre, luna di fiaba, sola compagna della mia illusione, della mia

parola eterna ispiratrice, ultimo volo.

Guardo le mani, sono qui davanti, sotto ai miei occhi ferme: un pugno di terra, una

conchiglia e un sasso.

 

     La conchiglia magica

 

Lei è lì ed io passo attraverso cangianti iridescenze che si addentrano sempre più nel fondo delle pupille avide, impazienti, sgomente.

Intorno un silenzio panico, assordante, si stinge nelle ragnatele dei secoli.

Occhi innocenti penetrano senza meta nelle volute di grigio misto al verde e al giallo di un madreperlaceo ovale sporgente da un mucchietto di sabbia sommerso dall’acqua leggera e trasparente del mare povero del mio povero paese.

Muore così, nella mia mano impertinente, la bianca tellina che cercava il sole: dalla sua agonia emana un profumo di cielo e di mare che ha la forza di una preghiera inascoltata, il mistero di un sorriso senza ragione. Sa di stelle senza luce, di sole senza calore, di nave senza nocchiero. Eppure il suo aroma primordiale è misto, seducente, sconfinato.

Scintille di luce accarezzano la terra e l’anima balza nel petto.

Mi separo dagli uomini.

E’ l’ora in cui Dio mi prende tra le braccia.

Nessuno vede, nessuno sa.

 

 

Il cuore delle città                                                                                     

 

Chi può dire per quanto tempo rimanevo nell’acqua con il sole sopra di me che picchiava sull’unica parte del mio corpo che non era immersa?

La flagranza saporosa chiusa dentro quel minuscolo guscio mi attraeva con una forza cui era impossibile resistere.

Mi dilatavo dentro l’acqua e palpavo con entrambe le mani la sabbia tutt’intorno alla ricerca del pozzetto giusto e il cuore mi balzava in gola quando avvertivo che la preda era grande o addirittura doppia.

Entravo in acqua per nuotare, quindi ero sprovvista di recipienti per cui raccoglievo in una mano il pescato e con l’altra continuavo nella ricerca, poi, quando la mano non ce la faceva più a contenerle tutte quelle bianche, scivolose creature, mi sedevo sulla sabbia del fondo, dentro l’acqua, e cominciavo a mangiare le telline.

Scomparivano i rumori, sbiadivano i bambini che spumeggiavano attorno a me gettandosi dai gommoni, dai pattini, dalle braccia robuste e villose dei papà, mentre la riva si allontanava dietro il riverbero del sole sulla superficie liscia e brillante del mare che diventava la mia mensa.

Sentivo il mondo, tutto intero e senza confini, dentro di me che sprigionava una strana, incontenibile euforia allungando le braccia per afferrarmi.

Chiudevo gli occhi con il capo arrovesciato verso il sole che penetrava nella mia pelle come un furtivo amante e rientravo forse in un’altra vita nella quale l’acqua era stata sicuramente il mio elemento naturale, l’involucro protettivo della mia prima nascita.

Riaffiora, ecco la sento salire e spargersi ovunque, una sensazione di benessere stratificato che si ferma alle stazioni delle diverse stagioni del mio fremito vitale.

Approdo in quella che ha lasciato in me i segni più profondi di suggestioni evocative, un misto  di profumi, aromi, suoni, voci, emozioni: gli anni del dopoguerra, di Glenn Miller e della frenesia di vita e di ricostruzione sulle macerie di dentro e di fuori dopo il bagno di dolore della fame e della morte, degli esili piccoli e grandi, dei distacchi per poco o per sempre.

Tra le pareti umide, scivolose e specchianti delle telline passa il film della mia adolescenza.

Cerco la mia città, ma non la vedo, la sento, perché sento battere il suo cuore.

Erano gli anni in cui le città avevano ancora un cuore.                                                     

 

Secondo  Movimento

                                                                  

 

       Terzetto

 

  La notte, le mani, la luna

 

Un fascio di luce mi toglie le mani dal volto e per la prima volta sento la sua voce:

“  Chi può sapere da quanti giorni e mesi e anni e secoli giungono a me i lamenti degli innamorati?

Oh sì, Ma', il tuo è il pianto di un innamorato tradito.

Ma quanta gioia, scusami, la tua pena mi procura!

Sono così delusa … Mi affaccio dal mio balcone tutte le sere, nel mio fatale andare, m’aggiusto l’abito, mi rifaccio il trucco, ma quando guardo giù non c’è nessuno.

Come mi piaceva, Ma', sentire il battito del cuore di chi entrava nel mio tempio a pregare, sentirmi invocata nell’estasi delle umane spoglie travolte dal patos, che strappa alla materia le particelle finite e incompiute restituendo, per un soffio di tempo, al tutto infinito e arcano.

Guarda il mio viso, Ma', non vedi le mie rughe?

Inutilmente cerco, la notte, ancora, nella musica del mio amico mare i sogni dei ragazzi e la mia delusione si fa pena quando vedo ragazzi e ragazze misti in branco senza più distinzione d’abito e di gesto.

Anch’io piango, Ma', quando vedo, le donne soprattutto, camminare con in mano, lungo i fianchi, le bottiglie di birra, stappate forse coi denti, e attaccarvisi con orgolio demenziale tra una risata e una pacca gorgogliando. Poi, all’improvviso, le buttano, come le loro vite, dove capita, senza occhi per nessuno e niente, solo l’istinto del piacere senza un domani.  

 

 

                                    Quartetto

 

 

       La mente e il sole

 

   Il corpo e le stelle          

 

Sente la luna il mio sgomento e alle mie domande a suo modo risponde.

Nel buio della notte trasforma il suo diafano cerchio nel viso inconfondibile di Alberto Sordi nei panni di  Nando Moriconi, l’indimenticabile americano a Roma conosciuto ed amato dal mondo intero.

Mi sembra di rivedere una persona di famiglia. Provo immediatamente una sensazione di benessere; ritrovo percezioni di vita ancora verdi, che danno un’emozione fresca come l’acqua di un ruscello in mezzo ai monti.

Caro Alberto, infaticabile uomo di cinema, che alla confezione di film indimenticabili ha regalato la sua intera vita, diventando un “grande”, ma restando sempre e semplicemente Alberto Sordi, il romano perspicace, acuto ed attento all’uomo, esaminato nei suoi vizi e nelle sue virtù, nella sua grandezza e nella sua miseria, nell’ingranaggio assai contorto della sua individualità e nei meccanismi spesso imponderabili dell’interazione sociale.

Ritrovo il sapore solare delle mie “fughe” al cinema, fosse il buio pesante delle sale al chiuso dell’inverno, fosse il buio leggero e misto di chiarori , di aromi e di voci delle proiezioni all’aperto, sotto il cielo stellato dell’estate.

Mi riprende la stessa allegria, il senso della vita da sfruttare in tutte le occasioni buone; sento di nuovo affiorare in superficie il sorriso generato dalla naturale comicità delle situazioni che s’intrecciano senza una ragione, lontano dalla nostra volontà.

Fuori dal cinema c’era un camioncino adattato alla vendita delle fette di cocomero fresco.

Come speravo che mamma me ne comprasse una!

Il silenzio si arricchisce di echi, di annunci, di sussurri, di sollecitazioni affettuose, avvolgenti.

Quanto più belle mi sembrano, oggi, le famiglie che si riversavano dentro le macchine che scoppiavano di roba o nelle littorine stracolme per andare al mare più vicino…

Tutta la settimana ruotava attorno a quell’appuntamento.

La sera prima si cominciava a preparare il pranzo da consumare in spiaggia dove si restava tutto il giorno in un intreccio di bambini turbolenti, papà gelosi di moglie e figlie adolescenti e quindi sempre in guardia, giovanotti a caccia di avventure da raccontare agli amici la sera stessa da un balcone all’altro, ragazzine alla ricerca del volto sognato la notte ad occhi aperti.

Grida, vociare esagerato, è vero.

Confusione, miseria, donne che ingrassavano troppo, come Ave Ninchi, che si trascuravano per la famiglia; pochi mezzi, tanta fatica per afferrare un po’ di quelle opportunità oggi così diffuse, ma quanta umanità, quanto calore, quanta semplicità e verità in quel modo di vivere dove c’era spazio per il vecchio che vive della gioia altrui, di qualcuno meno fortunato, degli altri insomma, ma per una spinta autentica del cuore, non per calcolo.

Quei ragazzi portavano vestitini rimediati dalle mani operose delle loro fantasiose mamme, non avevano una lira in tasca, ma i loro occhi erano pieni di luce, il cuore appassionato, la mente illuminata da sogni, ma soprattutto avevano una percezione della vita che includeva il rispetto per se stessi e gli altri, consapevoli di essere uomini  e pertanto in balia di forze naturali molto più grandi della loro volontà.

Non ci si poteva proprio annoiare in quella umanità multiforme e sanguigna.

Anche chi era solo veniva travolto dalla vitalità dei nuclei più numerosi e la giornata passava per tutti.

Certo anche allora c’erano i dormitori pubblici, i ricoveri.

Ma erano l’eccezione che induceva alla riflessione e alla mestizia.

Oggi sono parte naturale del sistema: i figli, nella programmazione mensile, includono la sistemazione dei genitori scomodi o comunque ingombranti per il dinamismo asettico e disumano del nostro tempo.

Perfettamente naturale, razionale.

Perciò siamo diventati del tutto indifferenti agli occhi bassi dei nostri vecchi, né alcuna pietà per chi muore da solo nei lettini senza storia perché il figlio non può lasciare il lavoro in America, troppo importante per una semplice morte.

Così, giorno dopo giorno, una indifferenza dopo l’altra, si diventa dei manichini con un cervello che sa calcolare molto bene tutto, ma con un cadavere da trascinare dentro, che pesa, quanto pesa!…

Sembra ieri che i giovani volevano conquistare il mondo con il mandolino ed è già storia, passato da ricordare con nostalgia.

 

                                   

 

                                         

 

                                  L' O G G I   E'   D I V E N T A T O    C O S I' 

 

 

 

                                                                                            

 

 

Terzo  Movimento

                                                                       

           

           Quintetto

                                                                        

 

 La testa piena di sogni e i confini del Nido

 

Non c’è momento più alto nel nostro impegno di uomini che mettere la nostra intelligenza, la nostra idealità, la nostra vita a disposizione del bene comune con il cielo negli occhi, la giustizia nel cuore, il lavoro nella mente e nelle mani.

Bisogna farlo. Oggi più che mai. Prima che sia troppo tardi. Per tutti. 

La modesta casa di Nando Moriconi, i problemi della sua famiglia alle prese con i bisogni della quotidianità vissuta con l’eroismo della gente semplice e perbene combaciano perfettamente con il profilo della famiglia media italiana e delineano con nitida scrittura l’esplosione adolescenziale dei ragazzi con la testa piena di sogni e il desiderio di volare alto, sopra gli angusti confini del Nido, andando ben oltre il pretesto per la sceneggiatura di un film e diventando un microcosmo ideale, la proiezione di una realtà in movimento con i chiaroscuri, le accensioni, le speranze, le contraddizioni e gli scandali di un paese in rapida espansione e sviluppo quale era l’Italia negli anni ’60.                                                                                                                                                          

La famiglia è dunque anche un problema politico.

Ma la degenerazione della politica è un problema del nostro tempo.

Ognuno di noi è chiamato a riflettere, nessuno può più pensare di starsene alla finestra a guardare gli altri che sgomitano anche per lui.

La filosofia nacque per le strade di Atene, semplicemente, per il bisogno naturale degli uomini di ragionare e usare il pensiero per il bene individuale e collettivo nel solco della spiegazione e della conoscenza dei fenomeni naturali ed esistenziali.

Non c’è bisogno di scomodare Machiavelli o altri importanti statisti moderni per individuare il punto di rottura del progetto sano della politica in quanto tale. La cronaca degli ultimi cinquant’anni, per non parlare di quella recente, gli scandali esplosi in ogni settore della pubblica e privata amministrazione, la degenerazione del concetto di onestà che ha reso la gente indifferente ormai agli avvisi di garanzia, alle manette, alla prigione, individuano senza esitazione il focolaio dell’infezione nell’egoismo innato nella natura umana, negli appetiti smodati, nell’avidità fuori da ogni controllo.

La grande stagione della politica che si è mossa all’interno di quattro secoli di grande fioritura  creativa, dal Rinascimento al Nuovo Millennio, si può considerare definitivamente chiusa.

Con essa si è definitivamente esaurita la grande stagione storica dei maggiori partiti politici raggruppati nei convenzionali schieramenti di Destra, Sinistra, Centro, del nostro Parlamento.

Cicli di vita, segnati da una interruzione naturale che è un passaggio, non una crisi, una  rinascita, non una morte, le foglie primaverili rispuntano sullo scheletro dell’albero invernale preparandolo alla festa dell’estate; allo stesso modo le formazioni politiche, essendo organismi vitali che rispondono allo scopo per cui sono nate, quello cioè di leggere ed interpretare, nella loro interezza e complessità, i più urgenti bisogni, i disagi, le aspettative di civiltà e di dignità che salgono dall’alta marea umana, hanno le loro stagioni e sono sottoposte a cicli di morte e di rinascita legati ai mutamenti endemici dei bisogni individuali e collettivi, imposti dal rapido fluttuare del tempo e delle esigenze che esso porta con sé.

Se questa condizione viene ignorata, allora diventa inevitabile, come appare,  il distacco del soggetto osservato, la Società, dalla fonte di osservazione, la Politicae le due parti, perdendo i contatti necessari, cominciano a girare a vuoto, come ruote impantanate, incapaci di riprendere la strada e ripartire.   Nella scena finale del film di Fellini La dolce vita una giovanissima Valeria Ciangottini, esile e innocente, parla, senza essere capita, a Marcello Mastroianni diviso da lei, se pur vicinissimo, da un mostro che il mare ha vomitato sulla spiaggia.                          

E’ così che grandi partiti, che hanno saputo leggere nei cambiamenti dei tempi grandi problemi, scrivendo una grande storia, sono diventati a poco a poco dei contenitori piccoli e stretti, sempre più angusti e angustiati da lotte interne; materia, non spirito creativo; passato, non presente:  una eredità di valori di cui servirsi per sopravvivere in una valenza più di potere che di valori, il richiamo nobile per impostare una mentalità ed un sistema di organizzazione di stampo assistenziale finalizzato alla cattura e alla conservazione del consenso che passa e si esprime attraverso i meccanismi interni delle Federazioni, delle Segreterie, delle Sezioni, ingombrante imbracatura della libera circolazione delle idee e dei progetti che si sviluppano spontaneamente all’interno della società civile, dove tutti i cittadini, protagonisti della loro crescita culturale, propositiva e organizzativa, ne affidano alle istituzioni competenti solo la fase attuativa. I municipi, simboli della collettività laboriosa e imprenditoriale, colta e creativa, vogliosa della pace morale, che è la dignità civile, e della pace fisica, che è la salute non sarebbero più assediati ora da una fazione ora dall’altra, all’una e all’altra impedendo di occuparli piantando all’ingresso il proprio vessillo di potere. Forse si potrebbe restituire valore e rispetto ai diritti acquisiti dalle persone con i meriti, conclamati e legalizzati dal “cursus honorum” e non alla “discrezionalità” del potere momentaneo, come dai sudditi di tale sistema viene definito talvolta questo metodo, odioso alla coscienza dei più. Uno svuotamento etico del lavoro amministrativo delle città porta inevitabilmente all’accendersi di interessi privati, che contrastano fortemente con l’interesse generale e i vantaggi della cosa pubblica, solletica appetiti, fomenta contrasti fino allo scompiglio interno delle formazioni politiche e delle coalizioni a cui hanno dato vita.

 

 

 

L’urto è irreparabile, insostenibile, inarrestabile, come quello delle valanghe.

Lo spettacolo che alcune politiche cittadine hanno offerto agli occhi e alle orecchie incredule degli abitanti di tante città per la qualità dei contenuti e lo stile della forma inducono a qualche riflessione, non esclusa quella che anche i cittadini non devono essere o sentirsi pura merce di scambio, passivi spettatori, sempre in bilico tra il silenzio per opportunità e l’indifferenza per ignoranza e viltà.

E’ tempo di una nuova fioritura, per tornare alla metafora dell’albero.

E’ il momento di capire che cosa la storia attualmente ci pone davanti, di pensare ad una nuova concezione politica che prefiguri un neospiritualismo antropologico che ricollochi al centro del suo interesse l’uomo e la sua dignità.

 

Quarto  Movimento

                                                                       

Qualcosa si muove nell’ora del crepuscolo.

 

 

L’ora dell’Avemaria

 

 

Forse è solo uno stridio quello che scivola ad intermittenza nell’aria grigia, statica, sospesa in un attimo senza fine; quasi un arcano messaggio che si allontana diradandosi nel vuoto.

Davanti a me il mare metafisico, con i suoi colori a strisce parallele, indefinibile e rassegnato, immerso nel pallore dell’inverno.

Muti e un po’ sonnolenti ministri di un culto ancestrale, un gruppo di operai del Comune aprono il cuore della spiaggia deserta con assoluta indifferenza al dolore del “grande fratello” e portano fino a riva dei canaloni, tristi e solitari, carichi di angoscia, simili come sono a fosse in attesa di bare.

Ho visto due bianchi gabbiani posarsi con le ali spiegate su quella sabbia scura e, come evocato dal volo inaspettato, aprirsi nel cielo uno schermo gigantesco. Pochi attimi e poi sullo sfondo azzurro si distribuisce in tutta la sua fastidiosa grandezza il corpo nudo, non più giovane, di un ex primo ministro di Stato straniero, ospite nella villa del nostro ex Primo Ministro.

Il suo pube semieretto riempie la cavità siderale che stregò Lucrezio nel De rerum natura e si fa protagonista di un film senza parole, senza suoni, tra echi astrali e squittii di donnine senza cervello e senza pudore, frivole e mercenarie. Quel cielo profanato si gonfia improvvisamente di pioggia: gocce bianche che diventano rosse e poi nere come il lutto di Elettra prima di riempire di lacrime la terra esterrefatta.

Mi copro gli occhi. Provo dolore a guardare, ma il Male trova sempre le sue strade per raggiungerti.

Dietro i giardini si materializzano strani personaggi, una folla di creature che vestono i panni di alte cariche dello Stato, ministri, sottosegretari, direttori di enti pubblici, faccendieri, banchieri, imprenditori, uomini in divisa, donne in carriera, excort: si muovono come al rallentatore, fluttuano come sagome di gomma, si incrociano, si mescolano, si avvolgono, si separano, tornano ad intrecciarsi, ridono, piangono, minacciano, poi, improvvisamente, si bloccano come manichini pietrificandosi in gesti e movenze assai poco dignitosi.

Con una risata sguaiata, impostata come la voce del giudizio universale, irrompe su questa scena gelatinosa un assordante suono di campane all’ombra di campanili altissimi, inquietanti come i misteri che hanno protetto nel secolare scorrere del tempo. Un angelo bianco piange dentro le sue larghe ali mentre una macchina di porpora riversa in continuazione su un intrigo di corpi una melma di tonache nere e di manti rossi legati insieme da un cordone di bambini di ogni età, ragazzi e ragazze, adolescenti, che cercano di fuggire, ma rimangono intrappolati nel fango.

Non è un film dell’orrore e la paura non è virtuale.

E’ semplicemente la luce dell’umanità che si va spegnendo a poco a poco, giorno dopo giorno, il sole nero del Caravaggio, il sogno di Terenzio, “homo homini deus”, che muore dilaniato dagli artigli del “lupus” di Plauto, sempre più famelico nella indifferenza sempre più generale del mondo contemporaneo.

Un invisibile telecomando chiude lo schermo, ma il cielo non è più azzurro. Mi perdo nel buio. Cercola Lunasul mare, ma l’onda è scura. Inutilmente gli occhi tentano di ricreare l’emozione dei riflessi d’argento che hanno accompagnato, ritmandoli, i battiti del cuore della mia adolescenza.

Dal profondo si alza, confusa e mista di echi sconosciuti, una voce che assomiglia ad un gemito prolungato.

Cosa vorrà dirmi il dolore degli abissi?  

 

 

 

 

La fuga della Luna

 

Sento che la Luna è fuggita per sempre.

Inutilmente ti cercherò, Luna mia, Luna cinerina, la notte di Ferragosto, negli anfratti marini lungo la riviera che riempì di contenuti i miei eroici furori in mezzo alla tempesta delle passioni che suggellano il tempo dei sogni, la stagione dell’amore, il bisogno di Dio nell’ora del pianto, della solitudine della crescita. Invano aspetterò la notte per accarezzarti con la mia pena aspettando il tuo perdono. Te ne sei andata via, Luna sconsolata, lontano da questa terra che non è più la tua terra, dal tuo verde che non è più verde, da questa gente che non si ubriaca più di Bellezza, narcotizzata com’è dal benessere, dal lusso, dal sesso. Te ne sei andata via, Luna segreta, Luna senza meta, raccogliendo le schegge del tuo raggio da posare sulla culla di un bambino appena nato e sei tornata nella Valle della Luna, la tua valle, così lontana da me, ma viva e incontaminata. Un brivido mi percorre nel silenzio della notte senza stelle e mi avvio a piccoli passi, seguendo il bianco delle onde, sulla sabbia umida del mare. Piano piano, davanti a me si va formando una sagoma delicata con una lunga treccia sulle spalle esili: è ferma davanti alla luce incerta della finestra e si pettina con gesti lenti ed aggraziati.

Nonna Anna!

Sei dunque tornata per raccontarmi ancora una fiaba con quel tuo melodioso accento modenese che cancellava tutte le mie pene?

Il rumore della vita ritorna come da una siepe di millenni attraverso le particelle dorate della sabbia, ebbra di luce e di sole, dentro i gusci di conchiglie modellate dalla mano di Dio che vi lascia la sua voce nel mistero di un’eco che giunge da lontano.

Mi sono addormentata sotto un cielo senza stelle stringendo nel pugno una stella marina.

Forse è la stessa che consegnavo con trepidazione nelle mani di Santa per ottenere il consenso a richieste, che il dopoguerra rendeva assai modeste, ma che, comunque, addolcivano le ore della calura nei giorni interminabili delle vacanze estive prima del ritorno a scuola, che pure attendevo con ansia.

Sai, Madre, ora che non mi chiedi più niente, ora che non pochi anni hanno adagiato sulle mie spalle fragili i loro pesi, vorrei che tu mi chiedessi, almeno per una volta soltanto, di cercare la stella marina bianca.

Spiegami, Madre, perché oggi non provo più la voglia di correre a perdifiato sulla spiaggia per cercare la minuscola, iridescente moneta che il mare regalava alla mia innocenza?

Perché, la notte, prima di scivolare nel sonno, non costruisco più la scenografia della mia vita segreta? Perché non c’è più futuro nella mia immaginazione, ma solo voglia di presente senza traumi?

Dimmi, Madre, perché non riesco più a vedere la linea dell’orizzonte?

 

Sento uno strano umidore sulla mano e sobbalzo.

La stella marina si è sciolta tra le mie dita.

 

                

La rotta del vento

 

I sogni mi hanno dunque abbandonata? Sono anch’io una barca senza vele che non trova più la rotta del vento per andare?

“Na…so Na…so…”

La voce di Andrea modula cantilenando la sua richiesta di tenerezza incomprensibile ai più nel ponte che unisce il linguaggio della sua timida innocenza di agnello alla mia viva intuizione di chioccia.

Accolgo con il battito festoso delle mani il mio per sempre angelo e continuo la festa delle mani sulle ginocchia ove Andrea viene a sedersi cominciando il rito dei bacini sulla fronte: a destra, a sinistra, al centro, poi di nuovo a destra, a sinistra, al centro…

Le mie mani si stringono attorno al corpo esile di mio figlio; le braccia lo avvolgono come un mantello e, mentre Andrea mi bacia e ripete il suo “Na…so Na…so…”  io passo attraverso i vetri chiusi della cucina, oltrepasso il profumo inconfondibile del giardino e comincio a camminare, a piedi nudi, sull’acqua del mare per raggiungere la linea dell’orizzonte.