Note dell’autrice

 

Qualche anno dopo la morte di mia madre sentii, forte come il richiamo di una preghiera, l’impulso, di trasfigurare in poesia il significato che ella aveva avuto nella mia vita.

Cominciò per me una specie di calvario esplorativo della coscienza, un graffiare senza più unghie dentro i ripostigli della memoria, vocalica, sonora, emozionale.

Come dare forma a quell’impasto vivo della mia essenza stessa di donna che era tale in virtù della sua presenza, quella e non altra?

Ripensai al sofferto percorso narrativo di Gianna Manzini, quando volle trasformare in un romanzo, "Ritratto in piedi", il valore della figura paterna nella sua vita. Ne ricavai consolazione e, finalmente, un giorno mi fu chiaro come avrei potuto tentare di far diventare Santa, mia madre, già essenza dei miei ideali, forza delle mie lotte e fede incrollabile nel valore dei “giusti”, anche contenuto del mio pensiero e forma della mia parola.

Scelsi il dialetto, la lingua anche dei poveri, che appartiene a noi, nascendo , e alla terra che ci accoglie, madre di tutti.

Il mio paese, come mia madre, era il ventre caldo della mia umanità, del mio crescere come persona, le mie radici per restare ferma nel ruotare dell’universo, la bussola per non perdersi durante la navigazione.

Nacque così “Giulianova mi'”, titolo che cambiai in “O ma'” per le ragioni che ora spiegherò.

 

El dia de l’Entrega

 

Nell’ottobre del 1999 mi trovavo in un lembo di terra del Sudamerica che sembra scivolare da un momento all’altro nelle acque dell’Oceano Pacifico. Lontana dal mio Paese, dalla mia casa, dalla mia famiglia, nelle lunghe ore di silenzio che spingevano il mondo più in là, avevo tradotto in castigliano la poesia “Giulianova mi'”, trasformandone il titolo in “Mi mama”  per poterla leggere presso la Biblioteca Nazionale di Santiago del Cile ad un folto gruppo di giovani, delle loro famiglie e delle numerose figure di operatori psico-pedagogici e terapeuti della più attiva e accreditata Associazione per la cura delle disarmonie del disagio e del recupero della devianza da “abuso” nella città di Santiago, nello sconfinato tessuto sociale metropolitano. Per 100 di quei giovani era il giorno della “Entrega de el diploma de la recuperación”, il giorno, cioè, della consegna dei riconoscimenti di un percorso di recupero di quella che essi considerano una vera e propria “enfermedad”, ovvero malattia, segnato dalla vittoria sull’autoannientamento. Era, perciò, il giorno della “fiesta”, dei canti, struggenti pur nella loro irrefrenabile frenesia ritmica, tipica della cultura musicale sudamericana, dei discorsi, degli abbracci, delle lacrime di gioia, dopo quelle della pena e della disperazione, della speranza. Attorno a quelli che ce l’avevano fatta i nuovi arrivati, tanti, troppi, per non sentire il cuore lacerato dalla rabbia: ragazzi di tutte le età, giovani fidanzati, sposati, con figli piccoli, ignari della tragedia dei loro padri, delle loro madri …

“Che pena esser fatti di cenere /con quello che si ha dentro il

cuore [···]

scriveva nella sua migliore stagione poetica un indimenticabile figlio della nostra città, il prof. Pierino Ferrari.

Quei ragazzi, quei giovani, ma anche quegli uomini di età molto più adulta, pur nella loro voglia di tentare l’attraversamento delle acque profonde e insidiose del loro Oceano, sembravano tanti naufraghi in balia delle onde, attaccati qua e là ai relitti sparsi tra i flutti. Li ho visti piangere cantando insieme a quelli che il giorno stesso li avrebbero lasciati per rientrare nella vita esterna; restare abbracciati agli amici, che se ne sarebbero andati per più del tempo richiesto, da un comune abbraccio, senza una parola, ma con la mano chiusa sul collo di chi se ne sarebbe andato, con la speranza di non rivedersi mai più, perché il contrario avrebbe annullato la vittoria di quel lungo cammino tra le piaghe dell’astinenza e delle tentazioni.

Non ho mai amato tanto la poesia come quel giorno.

Mentre leggevo loro “Giulianova mi’”, ovvero “Mi mamá”, e vedevo i loro occhi accendersi dentro alle mie lacrime, non sentivo più di essere dall’altra parte del mio mondo, della mia terra, con il mio figlio cileno, Claudio, perché capivo che il mio dolore era uguale al loro, che la loro pena era simile alla mia, che io come loro volevo credere nella speranza e tutto questo non parlava lingue diverse, perché le parole che uscivano dal mio cuore percorrevano sentieri a loro non sconosciuti e arrivavano alle loro  menti grazie al potere della poesia, perché la lingua del dolore è universale e quella della speranza non conosce confini.

                                              

                                                                                                                Marcella Vanni