… E andiamo, ancora, dentro la storia della città, nel lieve incedere del passo, incerto sul pavimento degli avi, seguendo la luce fluttuante delle fiammelle che segnano la strada fino a quel pezzo di cuore collettivo, dove  settanta anni fa si consumava un tragico evento  cittadino. Donne e uomini, per la follia della guerra, concludevano, del tutto innocenti, tragicamente la loro esistenza. Con loro bambini che non fecero a tempo a diventare uomini, i loro giocattoli, le bestiole compagne dei loro trastulli e della vita quotidiana familiare.

     Tutto si mescola nella suggestione emotiva: la memoria storica si avvolge in un abbraccio senza tempo con l’immanenza di un evento che, a poca distanza, si annuncia con un palco e dei leggii pronti, in attesa, le sedie vuote, mute, il silenzio delle case, le finestre chiuse, l’intermittente abbaiare di un cane che racconta qualcosa alla notte.

     E la magia si ripete: il Dolore della storia non è più scindibile dalla Bellezza dell’Arte, dall’Innocenza dei suoi sacerdoti e il pubblico non è più solo spettatore di una serenata di Antonio Vivaldi, nata dallo spirito creativo della musica virtuosistica del Settecento, ma il personaggio di un quadro di Renoir, un pezzo della Natura possente fuso con la fragilità della finitudine terrena.

     Il silenzio di una notte di fine estate, in piena sintonia con lo spirito cortigiano dell’opera in programma, diventa un messaggero d’amore per l’anima che si raccoglie in un muto colloquio strappato al velo dissacrante del quotidiano, materialistico incontro con la vita.

     Mentre si scivola dentro la dimensione sublime e, al tempo stesso, sgomenta  del dolce naufragio leopardiano, allorquando le voci interlocutorie si fanno sempre più lontane, ovattate, e gli occhi guardano, ma non vedono, ecco che le luci si spengono ad una ad una e nel buio si accende, con il primo accordo de “ Gli archi del cherubino” di  Judith Hamza, il miracolo dell’Armonia delle note, delle voci, della danza, del canto, del gesto elegante che compone e scompone oggetti di scena creati con la “leggerezza” di Calvino dalla fantasia e dalla intelligenza degli uomini di teatro.

     Ogni confine, che separa prima ancora delle terre del mondo, i cuori dei loro abitanti, è spazzato via, travolto da quell’ordine universale che l’Arte, quando è veramente tale, coglie e affida ai suoi apostoli occasionali: il violino di Marino Capulli e dei suoi bravi colleghi, il talento del giovanissimo direttore d’orchestra, il M° Piergiorgio Del Nunzio, le voci del soprano Giorgia Cinciripi, del mezzosoprano Federica Carnevale, dello statuario basso-baritono Gianluca Margheri, la grazia della danzatrice Michela Franceschini, l’intelligente regia di Filippo Tadolini e i bellissimi costumi di scena di Romano Raponi, sublimati da un suggestivo uso delle luci. 

    Gli ultimi accordi e il risveglio dall’estatico tempo trascorso nelle acque della “Senna festeggiante” restituiscono il pubblico alla realtà degli applausi entusiastici ed interminabili con cui vengono accolti e ringraziati tutti gli artisti dai quali sembra non ci si possa né voglia distaccare.

     Nella “piazzetta dei miracoli” ci siamo sentiti, per una volta tanto, lontano dall’odore della birra, del vino e del caciocavallo, al centro del mondo, dove l’Arte e la Cultura significano, per dirla con Zavattini, veramente l’“Arte” e  la “Cultura”.

     Chissà, forse in un mondo in cui sembra impossibile persino la speranza, grazie agli uomini e alle donne dell’Accademia Acquaviva di Giulianova, è ancora possibile regalarsi il sogno che questo angolo della città, così caro alla memoria storica, scelto come luogo centrale degli appuntamenti culturali dell’estate giuliese, possa diventare nel tempo e con la dovuta abilità organizzativa, quello che è stata Piazza del Duomo per Spoleto, un piccolo comune dell’Umbria con poco più di 38.000 abitanti, divenuto, grazie alla felici intuizioni del maestro compositore Gian Carlo Menotti, ideatore ed organizzatore del Festival dei Due Mondi, un centro di musica, arte e cultura di fama mondiale.

Mi chiamo Bob.

Sono un cane randagio.

Non sono bello da guardare: i bambini, quando mi avvicino, strillano e scappano in cerca di braccia sicure.

Non ho mai conosciuto i miei genitori e nessuno ha mai reclamato la mia esistenza.

Un giorno, una signora pietosa, anche senza i riflettori, si mosse a compassione vedendomi: ero anche ferito ad una zampa finita sotto un’auto.

Lì per lì ebbe qualche esitazione ad accarezzarmi. La capisco: il mio pelo è trascurato, non è lucido e ben pettinato, perché non conosce le attenzioni dei saloni di bellezza; la mia pelle è martoriata dalle zecche.

Eppure quella signora, apparentemente così fragile da sembrare poco più di una bambina, non ce l’ha fatta ad ignorarmi.

Mi aveva visto, non aveva più scelta.

Lei sì, perché il suo cuore è buono davvero, non per finta.

Io non mi fido degli animalisti che “sbandierano” la loro umanità con un pezzo di stoffa racchiudendola in un marchio.

Mi tengo lontano anche dai fanatici che sfogano i loro complessi nell’attaccamento morboso a qualche animale, cane, gatto, uccellino che sia, soffocandoli con l’ossessione di premure non richieste.

A nessuno piace sentirsi braccato.

Eppure quella signora mi sorprese non poco: superato l’istintivo rifiuto del mio aspetto, ella mi prese in braccio, magro com’ero diventato e, colpita dalla mia sofferenza, mi sussurrò parole che non conoscevo.

Piano piano mi portò in uno di quei posti dove curano, a pagamento, le povere bestie ferite.

Guardando chi ci veniva incontro ho subito pensato che nonostante le sue leziosaggini, gli squittii e le carezzine su e giù sui morbidi ciuffetti dei cani intorno, il mio aspetto le sarebbe sembrato primitivo e avrebbe ferito il suo spirito superiore inducendola ad un grido di spavento e di rifiuto.

“Via, via, guarda com’è sporco e come puzza!”.

Quando si dice la tenerezza per gli animali e il dono di una sublime umanità…

Anche gli animali possono trovare sulla loro strada una fatina buona e io la mia l’avevo incontrata quel giorno. Doveva essere assai povera la mia fatina  e lo disse a quella che ella, nel suo candore, considerava l’angelo buono degli animali.

Si sbagliava, poverina, l’Angelo Buono si dichiarò disponibile ad accogliermi nella sua grande e fredda casa, naturalmente dopo essere stato ripulito, lavato, pettinato e profumato.

Per concludere avrei potuto essere operato con l’aiuto di un suo collega con soli 500 euro.

500 euro!...

La mia povera fatina ebbe un sussulto ed io più di lei nella martoriata zampa.

Quando si dice l’amore disinteressato per le bestiole di questo mondo…

Addio cespugli odorosi di biancospino, castelli di cianfrusaglie dentro cui intrufolarmi, viottoli di fiume freschi e silenziosi!

Qualcuno Lassù, senza fare nomi, deve avermi ascoltato, mosso a pietà dalla preghiera di un inguardabile randagio.

Certo è che la buona signora non mi abbandonò al mio destino.

Sempre portandomi in braccio mi condusse a casa sua e, senza titoli di studio, mi curò con mezzi rudimentali, ma efficaci.

In pochi giorni mi rimisi in piedi e, con la zampa tornata nuova, baciai a mio modo le mani della mia indimenticabile infermiera, poi ripresi la mia strada.

UN CANE RANDAGIO SARA’ SPORCO, QUASI SEMPRE AFFAMATO E MAI SICURO DI VEDER SPUNTARE IL NUOVO GIORNO, MA E’ LIBERO, SENZA PADRONI E SENZA GUINZAGLIO.

 

        La penna di Bob è di Marcella Vanni

 

Un parco nel cuore dell’estate nell’ora della canicola

La fogliolina verde

X, il giovane passeggero

Y, l’anziano spettatore

 

La voce sempre più flebile della fogliolina verde

                                  

                                                           di Marcella Vanni

 

“Pss…pss…”

Un ragazzo  con il cranio pelato, lucido come una palla di biliardo, trattiene il passo scuotendosi dal torpore che lo imprigiona.

“Ma…”

“Pss…pss…”

Si rigira, incuriosito, più che altro frastornato, l’ignaro viandante pensando ad una allucinazione dell’udito.

“Ehi, ragazzo, guardami…”

Eh, no, stavolta non può essere un capriccio delle sue orecchie, pensa X tirando in su, con un colpo secco delle braccia, il bordo dei jeans scesi a livelli impudichi.

Il sole, intanto, penetra nella carne e abbaglia la vista riducendo notevolmente i riflessi della mente.

Se si potesse materializzare, qui, ora, uno di quei giganteschi alberi dal fusto corto e dalla chioma larga, elegante, con tanta ombra…

Ad un uomo di mezza età, apparso improvvisamente in terrazzo alla ricerca di un po’ di refrigerio dalla canicola si presenta una scena da Teatro del Mimo francese, alla Marcel Marceau.

In piedi, sconcertato, stupito, immobile come una statua e in attesa del non so, un giovane caduto dentro un paio di jeans sottopancia è di fronte a lui, immerso in un silenzio nato da poco ma dilatato in uno spazio senza tempo e senza confini.

“Forse non si sente troppo bene” pensa Y, ma invece di intervenire si pone prudentemente in attesa poggiando i gomiti sul freddo passamano, sordo ai richiami insistenti, alquanto imperiosi, che provengono dall’interno dell’appartamento.

“Chinati, per favore, la mia voce sta diventando un soffio e tra poco svanirà insieme alla mia vita…”

X esegue senza fiatare quella invocazione, flette le ginocchia poggiandovi le mani per bilanciare il corpo e cercare con gli occhi la provenienza di quel suono sempre più flebile.

“Fai bene, sai, a non avvicinarti troppo: ti aggredirebbe il puzzo della cacca liquida e solida, ti farebbe vomitare il fetore della pipì riarsa dei cani che, ad ogni ora del giorno e della notte, accompagnati dai padroni, vengono qui, in questo che una volta era un parco e che, ancora oggi, spudoratamente, viene così definito da chi ci amministra.

Ecco, va bene, sì, rimani lì, ragazzo, e ascolta quel che resta del mio inconfessabile sogno”.

X sente la fatica di una posizione assai scomoda, ma è condannato a restare così, sospeso a mezz’aria, se vuole evitare gli inconvenienti segnalati dalla voce.

“Ora, come vedi - riprende la fogliolina in un sussurro - del mio giovane corpo rimane ben poco, sommersa come sono dal giallo che si allarga senza pietà verso di me per ingoiare il mio ultimo respiro.

Quando sono nata alla luce del sole, alla carezza del vento, alla fresca malinconia della pioggia, alla paura della neve, alla furia della grandine ed alla poesia della luna, ho guardato il Cielo che sarebbe diventato per sempre il tetto della mia casa ed ho benedetto le mie sorelle e i miei fratelli, i padri e gli avi per avermi dato una

casa così bella.

In principio mi facevano compagnia le grida festose dei bambini che venivano al parco a cogliere le prime margheritine.

Che solletico le loro manine curiose e avide!

Che dolore, però, la palla lanciata forte nei loro giochi improvvisati…

Poi, quel canto di vita a poco a poco si è spento, il profumo dei fiori è svanito e il giallo colore della morte per noi creature vegetali ha iniziato il suo inarrestabile percorso.

Sotto i tuoi occhi si estende l’immagine desolata dello sterminio delle mie sorelle e di tutta la mia famiglia.

Tra poco la mia voce si spegnerà ed io raggiungerò i miei nella Grande Valle Verde dove riprenderò il mio colore e il dominio dell’aria.

Lascio nelle tue mani questo mio inconfessabile sogno:

Vorrei che in questa città il senso dell’Umano riprendesse il posto usurpato dalla ricerca del Profitto.

Pensare ad una città progettata, costruita e urbanizzata a misura d’Uomo, consentirebbe ai bambini di tornare a giocare sui prati con le foglie, seduti tranquillamente sul manto erboso dei parchi, di giocare, al mare, con la sabbia.

Ristabilire fin da piccoli quel contatto con il mondo vegetale ed animale opportunamente protetto riporterebbe aria fresca nei cuori dei giovani inariditi da una brutale modernità che un intellettuale così grande da dover essere ucciso definì sviluppo, non progresso. Si chiamava P. Paolo Pasolini.

Porta tu, ragazzo, questo mio sogno dentro di te. Lascialo entrare nei tuoi pensieri, consentigli di esplorare il tuo spirito, fallo camminare sulle

tue gambe.

Quel giorno la grande Valle

Verde sarà qui sulla Terra,

non oltre la vita”.

     G L I   I N C O N F E S S A B I L I   S O G N I   D I   U N A   C I T T A'

 

 

 

Caro Dio. liberaci dal pensiero del domani...

l'idea del potere non ci sarebbe,

se non ci fosse l'idea del domani.

Caro Dio, facci vivere come gli uccelli del

cielo e i gigli dei campi.

                                        P.Paolo Pasolini