(Alla pag. 7 del Fatto Quotidiano di mercoledì, 30 novembre 2016 leggiamo):

LA LETTERA 

Tumori dei bambini I genitori: “ Certi che , come altre volte, non risponderà”

 

Su Taranto le menzogne di un Erode”

 

Signor Matteo Renzi, presidente del Consiglio, per la seconda volta, come Genitori tarantini, Le scriviamo certi del fatto che, come successo in precedenza, non otterremo risposta. Ci preme, tuttavia, rimarcare la Sua posizione nei confronti della città di Taranto, ancora una volta vittima delle Sue irrispettose menzogne.

Intanto, ci stupisce il fatto che Lei abbia voluto dedicare un pensiero al nostro sit-in, tra l’altro bollandolo come stravagante e strumentale per il solo fatto di essere stato organizzato nel giorno del silenzio elettorale, e neppure una parola sulla nostra richiesta di incontrarla. Come Lei ben saprà, il sit-in è solo un modo per accompagnare la delegazione che dovrebbe incontrare il presidente del Consiglio, ma è seconda all’incontro stesso. Non sappiamo quale sia la Sua idea, ma la nostra è che il giorno del silenzio elettorale non è una festa comandata, non è un momento di sospensione delle attività istituzionali; in questo giorno, la Sua carica e le sue responsabilità istituzionali non vanno in vacanza.

Ci appare chiaro come il sole che Lei non ha alcun interesse verso i problemi della città di Taranto che, vogliamo ricordarLe, è a tutti gli effetti un territorio dello Stato italiano e non un “possedimento” dello Stato italiano. Al di là dei proclami da Lei enunciati durante la Sua prima visita nella nostra città, nulla ha fatto di quanto promesso. “Se l’Europa vuole impedire di salvare i bambini di Taranto ha perso la strada per tornare a casa. Io soni più fedele agli impegni con quei bambini che a qualche regolamento astruso dell’Ue.” Sì, primo ministro, sono Sue parole. Aveva dichiarato che ai bambini di Taranto avrebbe pensato Lei. C’è un precedente storico di grande effetto, per questo: Erode.

D’altro canto, proprio la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, grazie alla denuncia dei tarantini, ha aperto una procedura d’urgenza proprio contro lo Stato italiano. E lei si preoccupa del silenzio elettorale? Lei e i suoi ministri fate secretare i risultati degli ultimi rapporti sanitari che riguardano la città di Taranto, ma solo fino al 7 dicembre? Riparlerete dei 50 milioni, ritornati nel cilindro del prestigiatore, solo il 12 dicembre? Farete tutto questo dopo il Referendum? Signor Renzi, il silenzio elettorale no ferma l’insopportabile ed inumana emergenza sanitaria che colpisce in altissime percentuali i tarantini.

Lei ha temuto che si sarebbe parlato di soldi, temendo che Le potessimo ricordare quei capitoli di spesa ben più consistenti che avete pensato di destinare ad un torneo di tennis o a quelli già destinati a quel popolarissimo sport che chiamano golf. Tranquillo, seppur importanti, i 50 milioni sono solo una misera considerazione del danno che avete procurato, Lei e i Suoi predecessori, a Taranto, ai suoi figli e al suo futuro; un minimo indennizzo per gli omicidi di Stato.

 No, Presidente, saremmo venuti per riportarLe indietro le Sue stesse parole sui bambini di Taranto che tanto hanno offeso la città fondata dagli Spartani. Siamo in attesa di un Suo invito in altra data, perché i genitori tarantini non partono per venire a Roma ed essere additati come elemosinanti. In genere, vengono a Roma per fare curare i propri figli.

 

 ASSOCIAZIONE DEI GENITORI

TARANTINI DEI BAMBINI

                                                                                                           MORTI PER TUMORE                                                                                                            

 

di Eden Cibej

     Quando ero ormai prossimo alla laurea, mia madre, casalinga, spesso mi diceva: ”Quando avrai conseguito il tuo titolo di studio, ricordati sempre di usarlo non soltanto per difendere i tuoi diritti, ma anche per rappresentare quelli delle persone che non hanno potuto studiare”. Credo di averlo sempre fatto. Ed oggi con maggiore forza desidero farlo perché, dopo 70anni di democrazia repubblicana, ricca di problemi, tanti, ma anche ricca di democrazia, appare all’orizzonte un cosiddetto Rottamatore, che pur di accentuare il suo potere già oggi eccessivo, si permette di approfittare “delle persone che non hanno studiato” spiegando la Costituzione in un modo, così falso, che se lo facesse uno studente, il professore non si limiterebbe a bocciarlo: lo farebbe arrossire. Nei giorni scorsi, il professore di Renzi di Diritto Costituzionale ha smontato uno per uno i punti della riforma che Renzi ha voluto sottoporre a Referendum.

    Miei cari lettori, oggi con Renzi la nostra democrazia viaggia verso il Potere assoluto: un suo amico è diventato Direttore Generale della Rai, e la Rai sembra non conoscere rappresentanti del NO; un altro amico, Lolli, è stato collocato laddove si assegnano finanziamenti alle imprese (e stranamente la Confindustria appoggia il SI’); lo stesso Lolli è nell’organo che decide finanziamenti statali ai giornali (Il Messaggero qualche giorno fa lo ha ospitato nella sua sede, a Roma, in via del Tritone 152, per una diretta Tv; Eugenio Scalfari su Repubblica inizialmente scriveva che Renzi non avrebbe raggiunto una sufficiente preparazione in economia “neanche se si fosse iscritto alle scuole serali”; oggi, dopo una piroetta di 360 gradi, lui vota SI’).

    In tv, nei giorni scorsi

  • Franceschini ha accusato “quelli del NO, di voler tornare a prendersi il Potere”, ma dimentica:
  1.  che Renzi, per andare al Potere, la sera disse a Enrico Letta “puoi stare sereno” e la mattina dopo lo ha sfiduciato con la classica “pugnalata politica” alla schiena;
  2. che Letta era da anni in Parlamento perché eletto dai cittadini alle politiche, mentre Renzi era stato eletto soltanto alle primarie per la segreteria del Partito; cioè, da voti condominiali del PD;
  • la Riforma della Scuola Renzi l’ha chiamata “buona” già in partenza, prima ancora di applicarla. E’ degna (a): o di chi non capisce niente di Scuola; (b) o di chi furbescamente la vuole sottomettere alla propria volontà. Vediamo perché:
    1. I professori vengono nominati dal Preside! Lui li sceglie, li valuta e poi li assume; o li rifiuta! Se il Preside non è all’altezza (il più delle volte è così) rischia di assumere un mediocre e di privare la Scuola, cioè gli alunni, di un insegnante capace. Qualora ad aspirare all’insegnamento sia una insegnante avvenente ed anche bisognosa di quel posto di lavoro, un Preside intraprendente (qualcuno ce n’è sempre) potrebbe…darsi da fare nel senso che state pensando voi.
    2. La Scuola nelle mani del Preside da “pubblica” diventa “privata”, dove il Preside diventa datore di lavoro, quindi colui che vuole e tratta come vuole.
    3. Il Professore perde quella libertà di insegnamento garantita dalla disciplina scolastica e che gli consente di offrire agli studenti “tutto il proprio bagaglio culturale” per poi diventare insegnante che può dire soltanto quello che potrà piacere al Preside; diversamente rischierebbe di perdere il posto di lavoro l’anno dopo.

Con questa Riforma, che vede moltissime classi ancora senza insegnanti e molti insegnanti mandati a centinaia di chilometri da casa loro, si registra il caso fortunato della Signora Agnese che, a quanto dicono le cronache, viene nominata vicino casa sua, in quel di Firenze, con motivata gioia dei suoi tre figli e del marito, Matteo Renzi.

Domandina a Renzi: “Quando sottoporrai i Presidi-padroni a un’Autorità direttamente controllata dal Capo del Governo, tanto per mettere le tue mani completamente sulla Scuola, cioè, sul Sapere”?

  1. La Riforma della Buona Scuola non ha toccato il nome del suo Ministero, che si chiamava “Ministero della Pubblica Istruzione” e che oggi è “Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca”: cioè, oltre a non essere più ‘pubblica’, non è ancora diventata, come da tempo immemorabile in Francia e Gran Bretagna, rispettivamente ministero dalla “èducation” e “education”. Il presunto ‘riformatore’ e il suo ministro, Stefania Giannini, (ex Rettrice dell’Università per stranieri di Perugia), non hanno ancora considerato che l’Istruzione è “istruire, far sapere”, mentre l’Educazione è “educare, far diventare”.

     Nella necessità di essere breve segnalerò semplicemente due noti personaggi che mi hanno colpito per la mancanza di rispetto nei confronti delle persone di diverso  orientamento. Sono: l’attore Luca Barbareschi e lo psichiatra Paolo Crepet: il primo, dichiarando “Quando sento che le modifiche alla Costituzione non vanno bene, mi viene da ridere” e “se ci fosse ancora Craxi lo voterei”. Il secondo, che “ Certe idee del NO sono infantili”.

  1. Rida pure, Barbareschi, di emeriti costituzionalisti che sostengono il NO. Piuttosto li affronti spiegando le ragioni, che non ho sentito, delle sue risate. Piuttosto ci faccia sapere che cosa avrebbe detto, la Rai od altro produttore dei suoi film, se si fosse dichiarato favorevole al NO.
  2. La definizione di “infantile” attribuita, da psichiatra quindi “diagnosticata” ad adulti, non pochi dei quali persone dotte, viene spontaneamente percepita come valutazione del grado di sviluppo mentale della persona presa in considerazione. Pertanto, quegli adulti sarebbero rimasti “infantili”, fermi al pensiero dell’infanzia anziché dell’età adulta!

Non occorrono commenti. C’è solo da chiedersi se il Dr. Crepet, eterno ospite del programma Rai di Bruno Vespa, prima di pronunciarsi sugli “infantili” sostenitori del NO non abbia pensato al Direttore Generale della Rai, amico di Matteo Renzi.

Tema della Fata turchina agli Italiani

 

“Contrordine, compagni!” nella campagna elettorale referendaria.

                                       

 Svolgimento

 

“Contrordine, compagni!”, su cui Guareschi ha scritto e disegnato in modo memorabile, è tornato di moda.

Ce ne siamo accorti senza ombra di dubbio seguendo l’incontro televisivo di La7 diretto da Enrico Mentana tra il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sostenitore del SI’ e il Professor Gustavo Zagrebelsky, sostenitore del NO.

Al solito repertorio di slogan trionfalistici della propaganda per il SI’ da contrapporre alle tesi demolitorie degli avversari, si è sostituito, in un’orgia di divagazione dai temi dibattuti e dal ragionamento che essi comportano, l’attacco a testa bassa che lascia interdetto l’interlocutore caratterizzato da una ripetitività ossessiva da disco rotto di questo tipo: “ Dimmi/mi dica in quale articolo/comma della riforma c’è scritto che al Presidente del Consiglio andrà il Potere Assoluto, o che si affermerà l’Oligarchia, o che finirà la Democrazia…”

Assurdo! Inaccettabile sul piano dell’onestà intellettuale, impensabile in una corretta dialettica politica che si confronta con i cittadini, i quali vogliono, anzi esigono, contare ancora nelle decisioni importanti del proprio paese di cui non vogliono, invece, continuare ad essere i tartassati contribuenti di una ricchezza che andrà a finire sempre nelle tasche altrui, mai nelle proprie.

Al Signor Presidente del Consiglio ed ai fedeli seguaci del “Contrordine, compagni!” segnaliamo modestamente che la decodificazione dei testi legislativi da cui dipende la qualità della nostra vita è affidata alla nostra intelligenza, che i vantaggi o i pericoli, che si annidano dentro la struttura e la forma delle argomentazioni, non si scrivono, ma si deducono attraverso un processo razionale che, sebbene più forte e articolato in alcuni e meno in altri, è, comunque, presente in ogni essere umano.

Mentre il Signor Presidente del Consiglio, attraverso uno stile dialogico tessuto di battute-slogan, tanto diverso dal carattere pacato della esposizione ragionata dell’illustre costituzionalista, incalzava come uno stantuffo impazzito il povero Zagrebelsky, che lo guardava incredulo limitandosi a pronunciare qualche “ma che c’entra?” del tutto ignorato dalla foga dell’altro, al di qua dello schermo televisivo il pubblico non intruppato chiedeva: “Ma, scusi Signor Presidente del Consiglio, in quale articolo o comma della Riforma lei trova scritto che ci sarà maggiore stabilità, che i  nuovi 100 senatori non saranno votati dal popolo, ma nominati dai partiti, che diminuendo il potere decisionale del popolo si trasforma la democrazia, o potere del popolo, in oligarchia, o potere di pochi?”

La nuova strategia, dunque, del Signor Presidente del Consiglio e dei suoi obbedienti “Contrordine, compagni!”, non considera che la formulazione dei quesiti referendari non può riferirsi agli effetti della Riforma proposta , ma all’accettazione o no del testo che si intende introdurre o non introdurre in Costituzione. 

          

 

REFERENDUM

(Interrogativi e riflessioni)

 

L’attuale presidente della Confindustria, Boccia, ed il suo predecessore, Squinzi, fin dall’ inizio della proposta referendaria, si sono dichiarati  favorevoli al SI’.

Come loro, anche  Marchionne voterà SI’. Lo ricordate Marchionne, vero? Quello che chiuse la Fiat in Italia per andare a portare lavoro in America, lasciando sul lastrico migliaia di lavoratori italiani; sì, proprio lui, quello che paga le tasse in Inghilterra.

La Banca Etruria, il Monte dei Paschi di Siena e le altre banche sono per il SI’.

Voi che avete avuto o che avete oggi rapporti con le banche, e ne conoscete “la magnanimità, l’altruismo” e la comprensione dei vostri problemi, come voterete?

Perché non riesco ad essere fiera, come italiana, della sceneggiata americana con un grande uomo politico, Obama, ormai al suo tramonto, in procinto di uscire dalla scena politica, che offre il suo ultimo servizio alla sua Nazione elargendo qualche carezza referendaria al piccolo Renzi in cambio di un contingente italiano sul fronte russo della Lettonia?

 

Perché non riesco ad infiammarmi d’orgoglio, come italiana, incrociando le immagini dorate dello scintillio fiabesco della cena di stato americana con le First Lady in lungo e a passi da top model con quella del piccolo Renzi che scende a passettini dagli scalini del nostro aereo di stato grondanti delle lacrime, della povertà e della fame di tanta parte della nostra gente, del puzzo delle nostre strade, dell’occupazione abusiva delle case, dell’agonia dell’etica sociale?

Che pensa Obama di questo risultato della politica riformatrice di Renzi?

Vale la pena riflettere su alcuni profetici passaggi tematici di questo discorso che Piero Calamandrei tenne agli studenti di Milano più di mezzo secolo fa.

“ L’art. 34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo –“ L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E’ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili, politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un  giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però, vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza politica. E’ un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me n’ importa della politica?”. Quando sento fare questo discorso mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: “ Ma siamo in pericolo?” E questo dice: “ Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: “ Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda”. Quello dice: “ Che me ne importa? Unn’è mica mio!”.

Questo è l’indifferentismo alla politica.”   

Per superare il bicameralismo

paritario

 

Avremo più governabilità grazie al fatto che solo la Camera voterà la fiducia al governo.

Chi spaccia questa previsione per una “novità” e un segno di “modernità” finge di ignorare che la fiducia in capo alla sola Camera dei deputati esisteva già nello Statuto Albertino del 1848, che resse tutta l’Italia monarchica, ventennio fascista compreso.

In realtà la stabilità dei governi non dipende dal numero

di Camere che votano la fiducia, ma dalla coesione

delle maggioranze. La Repubblica italiana, infatti, ha avuto

63 governi, e solo due in 70 anni (quelli di Romano Prodi)

sono caduti per il diniego della fiducia in Parlamento.

Renzi è andato al governo nel 2014 mettendo fine a quello

di Enrico Letta con una manovra di Palazzo, al di fuori

del Parlamento. La stabilità istituzionale non può essere

confusa con quella sociale. Anche una piccola minoranza

con artifici appropriati può essere gonfiata fino a farla

diventare maggioranza assoluta. Questa, però, approva leggi

che la stragrande maggioranza del Paese non vuole.

Si possono fare vere riforme senza il consenso sociale?

Le leggi saranno approvate con maggiore  rapidità

ed efficacia.

Sicuramente l’Italia non ha bisogno di  aumentare il numero delle leggi; ne ha così tante che non si riesce neppure a contarle (150 mila? 350 mila?). Quanto al rapporto tra la navetta parlamentare e la lentezza legislativa, questi sono i tempi calcolati dall’Ufficio Studi del Senato: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in 46 giorni e ogni legge finanziaria passa, con la “doppia conforme”, in 88 giorni. Ma ci sono norme approvate in tempi ancora più rapidi, come quelle “ad personam” di e pro Berlusconi, che hanno avuto iter fulminei, o la Salva-Italia di Monti e Fornero, che impiegò 16 giorni. La verità è che, se una legge si incaglia in Parlamento e vi rimane un tempo biblico, rimbalzando di emendamento in emendamento fra Camera e Senato, non è colpa del pur discutibile bicameralismo paritario, ma delle risse, dei voltafaccia e dei mercanteggiamenti fra e dentro i partiti e le coalizioni di maggioranza.

Quanto alla semplificazione e all’efficienza, il nuovo sistema Renzi-Boschi-Verdini non modifica quello attuale per le leggi costituzionali e tutte quelle elencate dal primo, sterminato comma dell’art. 70.

Ma è legittimo, nel caso di provvedimenti tanto delicati, un Senato formato da sindaci e consiglieri regionali in trasferta?

Per le leggi ordinarie, invece, è il caos più assoluto.

L’approvazione spetta alla Camera, ma il Senato può sempre dire la sua.      

Montecitorio approva, trasmette la legge a Palazzo Madama e qui, entro 10 giorni, basta la richiesta di un terzo dei membri per riesaminare il testo.

Dopo l’esame i senatori possono lasciare tutto così com’è, oppure emendare la legge entro 30 giorni. Nel secondo caso la legge modificata dal Senato torna alla Camera che ha l’ultima parola: o accoglie e conferma gli emendamenti del Senato, o li ignora ripristinando il testo originario, a maggioranza semplice

( la metà più uno dei presenti in aula).

Per le leggi in materia di Autonomie territoriali è prevista una diversa procedura se il governo decide di far scattare la clausola di supremazia.

Il Senato ha 10 giorni per esaminarle (o ignorarle) una volta uscite dalla Camera e altri 30 per approvare eventuali cambiamenti. Se la cambia a maggioranza assoluta, la norma torna alla Camera che può, a sua volta, a maggioranza assoluta, cancellare gli emendamenti del Senato.

Se, invece, sembra di capire dal testo, il Senato l’ha modificata a maggioranza semplice, la Camera può ignorare le modifiche a maggioranza semplice.

Se alla camera non c’è la maggioranza (semplice o assoluta) per cancellare gli emendamenti senatoriali, la legge passa così come modificata dal Senato.

Per la legge di bilancio, la Camera l’approva e la gira al Senato che la vota in automatico, ma ha solo 15 giorni per modificarla. Se lo fa a maggioranza semplice, la Camera può modificare quanto deciso a Palazzo Madama con lo stesso quorum.

Se una legge verte su più materie, per le quali sono previsti procedimenti diversi, la nuova Costituzione prevede che debbano accordarsi i presidenti delle due Camere.

E se non si accordano?

La gran parte dei deputati saranno scelti dai cittadini

con le preferenze e solo pochi saranno capilista bloccati.

E’ vero l’opposto. I deputati eletti saranno una esigua minoranza. E quasi tutti del partito vincente: tutte le altre liste, dalla seconda in giù, manderanno a Montecitorio solo capilista bloccati, selezionati in base all’assoluta fedeltà al capo, che non risponderanno a chi li ha votati, ma a chi li ha nominati.

Secondo un calcolo fatto da due senatori della minoranza PD, Federico Fornaro e Carlo Pegorer, i capilista nominati dai vertici dei partiti, che andranno alla Camera all’insaputa degli elettori, saranno il 60,8%, cioè 375 su 630.

Nel nuovo Parlamento, che eleggerà il presidente della Repubblica e parte dei membri della Consulta e del Csm, siederanno circa 475 nominati (due terzi) e 242 eletti (un terzo).  

La riforma assicura più

autonomie locali e più Europa.

Se si attribuisce alle Regioni la competenza esclusiva su materie vastissime come l’industria, l’artigianato, la pesca, le miniere, ma poi con la “clausola di supremazia dello Stato” che sarà il governo e non il Parlamento a decidere, si può dire che questa riforma assicura più autonomie locali? Ai cittadini italiani sembra, invece, che con questa clausola si ripristini il principio dell’ “interesse nazionale”, che, prima della riforma del 2001 del Titolo V, era il pretesto discrezionale con cui il Parlamento calpestava le autonomie locali. Con questa clausola, che alcuni giuristi hanno definito “clausola vampiro”, il governo interviene con le sue leggi anche sulle materie riservate alle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. La fumosità di questa espressione autorizza qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia in mano alle Regioni. Così il controllo del territorio viene sottratto alle Regioni e passa allo Stato. Sulle grandi opere, anche quelle supercostose e inutili, sugli “sblocca Italia”, sulle trivelle petrolifere in mare, le Regioni non potranno più dire alcunché. Se è vero che la “potestà concorrente” fra Stato e Regioni prevista dall’attuale Titolo V aveva scatenato confusione e contenziosi, è pur vero che lo stesso effetto-caos produrrà la nuova categoria creata dalle “disposizioni generali e comuni” e di quelle “di principio” che somigliano molto alle leggi-cornice della famigerata “potestà concorrente” e non promettono certo chiarezza  sulle competenze fra Stato e Regioni.

Quanto all’Europa la competenza legislativa del nuovo Senato riguarderà profili puramente formali, non le leggi che poi daranno effettiva attuazione alle normative europee.

In E ora pedala nel quotidiano “La Voce”, da lui fondato, Indro Montanelli, il 31 marzo 1994, scriveva: “Bismarck diceva che i protagonisti della Storia non sono coloro che la fanno, in quanto la Storia si fa da sé; ma coloro che, avvertendone dal fruscio il passaggio, riescono a buttarle addosso il loro mantello al momento giusto. Berlusconi con la Storia non ha probabilmente nulla a che fare, ma sulla cronaca il mantello ha saputo gettarlo che spaccava il secondo. Ed ora eccolo qui, in attesa della convocazione in Quirinale.” A chi vi fa pensare Montanelli?