Abbiamo perso Tullio De Mauro

 

         Tullio De Mauro non è più tra noi. Ma è ancora a servirci con la sua cultura di grande linguista con le numerose opere affidate alla scrittura, cioè, all’eternità del Sapere.

Ho riletto le ultime pagine del suo libro “Guida all’uso delle parole” – Parlare e scrivere semplice e preciso per capire e farsi capire. Dopo diversi anni dalla sua prima edizione il libro rileva problemi linguistici attualissimi; anche dal punto di vista democratico. Infatti  scrittori e giornalisti, abbandonata solo in parte la tendenza a scrivere più per le persone dòtte che per il comune cittadino nell’evidente disattenzione verso “il dovere di farsi capire”, spesso adottano una terminologia inglese che la maggioranza delle  persone non riesce a comprendere.

         Conobbi il Prof. De Mauro negli anni dell’università, all’Istituto “Orientale” di Napoli, dove era il giovane assistente del titolare della Cattedra di Glottologia, Prof. Belardi.

        Lo ricorderò sempre con gratitudine per quello chi mi ha insegnato. Oggi posso solo piangerlo.

        Continuerò ad averlo vicino attraverso la Sua più importante opera: il Dizionario della Lingua Italiana.

         Ai fini di una migliore emancipazione linguistica e comunicazione umana, auguro a tutti i giovani di leggere le Sue opere.

                                                                                             Eden Cibej 

Gli uomini come te non muoiono mai e tu vivrai in noi e in quelli dopo di noi con l’eredità preziosa che ci lasci: il tuo Spirito alato, capace di volare con gioiosa leggerezza al di sopra delle miserie umane, il tuo talento smisurato, l’ecletticità delle tue passioni, i valori personali e collettivi incarnati con totale, ininterrotta coerenza nell’Arte come nella vita, trasfigurati ed espressi nel linguaggio quotidiano della semplicità popolare, come in quello, altissimo, del commento ai capolavori della creatività umana, ma soprattutto ci lasci la convinzione che l’amore per la libertà sia un bisogno assoluto da perseguire sempre e con tutte le forze.

     Eri un intellettuale vero e, come tale, eri sempre contro il Potere che schiavizza e a difesa degli oppressi schiavizzati.

     Per questo aspetto della tua produzione artistica e del tuo impegno nel Teatro ti assegnarono il Premio Nobel il 9 Ottobre 1997 con questa motivazione: "Perchè, seguendo

la tradizione dei giullari medievali, fustiga il Potere e

riabilita la dignità degli umiliati".

      Nessun partito ha potuto comprare la tua intelligenza.

Nessuna violenza è riuscita a piegare la tua schiena dritta anche quando hanno voluto ferirti e lacerarti nel profondo degli affetti familiari. Come le cime degli alberi secolari, piegate, ma non abbattute dalle sferzate del vento, hai saputo abbracciare il tuo dolore riuscendo a trarre dalle sue piaghe nuovi sentimenti per la tua Arte da donare a noi tutti.

     Muori con questo orgoglio, in pace con la vita, nel caldo abbraccio di tutti coloro a cui hai regalato un sorriso e, quando non potevi una speranza, almeno il conforto della tua umana solidarietà.

     Al funerale di tua moglie, Franca Rame, tu dicesti accanto alla sua bara: “C'è una regola antica nel teatro. Quando hai concluso non c'è bisogno che tu dica altra parola. Saluta e pensa che quella gente, se tu l'hai accontentata nei sentimenti e nel pensiero ti sarà riconoscente" e poi urlasti al cielo il tuo Ciao.

     Anche noi, che non possiamo essere vicini a te, alla notizia della tua morte abbiamo aperto le finestre e urlato il nostro Ciao Dario, amico senza età, artista senza confini, a “tutto tondo”, come tu amavi definirti. Hai reso  l’Italia fiera di averti dato i natali, ma tu appartieni al mondo intero.  

  Marcella Vanni

 

Grazie, Presidente Ciampi, per l’onore che

 

hai dato all’Italia con la Tua opera e per

 

l’esempio di dignità che ci hai offerto.

 

                                                  Eden Cibej

         Ci ha lasciati soli, ma avrebbe voluto continuare a vivere per aiutare ancora “gli ultimi”, non per se stesso, Don Andrea Gallo, il prete che meglio di altri ha mostrato quello che dovrebbe essere il vero volto della Chiesa - ed il suo ruolo nella società - se Essa solo tenesse più presente l’esempio di Cristo, figura ineguagliabile di giustizia, di altruismo, di solidarietà, di accoglienza, di amore per gli “ultimi”; valori che fanno, di tanti non credenti, convinti cristiani ma non cattolici romani.

         A Genova, all’ex partigiano hanno cantato “Bella, ciao”. Sul feretro, portato a spalla da alcuni dei suoi “ultimi”, insieme al cappello e alla sciarpa rossa hanno collocato il Vangelo e la Costituzione italiana, punti di riferimento di tutta la sua vita. In chiesa, fatto senza precedenti, hanno fischiato il Presidente della Cei, Cardinale Bagnasco, per aver attribuito a Don Gallo, durante l’omelia, l’aver “bussato alla porta del Cardinale Siri”, il quale in realtà lo aveva allontanato dalla chiesa del Carmine, a Don Andrea molto cara, ove si svolgeva la cerimonia funebre.

         Come succede sempre ai grandi uomini, anche Don Gallo veniva tenuto a distanza dalle superiori gerarchie; le quali, pur potenti, nulla hanno potuto contro la sua onestà, contro il suo altruismo verso i più bisognosi, cui ha dedicato ogni pensiero e ogni attimo della sua vita.

         Anche noi che non lo abbiamo conosciuto sentiamo di dovergli un “grazie” di cuore: per l’esempio che ha saputo offrire nel rispondere con l’altruismo alle avversità, con la disponibilità ad ogni incomprensione ricevuta.

         Ci ha insegnato che le ingiustizie si vincono con la comprensione, la bontà, la giustizia, senza mai un passo indietro. Davanti a nessuno, specialmente quando davanti a noi c’è il bisogno della povera gente. Ci lascia il coraggio della verità. E questa è la sua indimenticabile lezione di vita.

Di questo noi Ti diciamo “grazie”, Don Gallo, per sempre.

                                                                                                                  Eden Cibej

        

 

I prigionieri di guerra erano scappati dai campi di concentramento, in particolare dal Campo "78" di Sulmona

 

Apriamo questa rassegna con la storia

poco conosciuta di Michele Del Greco,

pastore di Anversa, fucilato, dopo il

processo segreto nella sede del

Tribunale di Sulmona con giudici e

accusa composti da militari tedeschi,

il 22 dicembre. Erano militari che 

portavano un cinturone con la scritta

Gott mit uns: Dio con noi.

Sono grata a Raffaella Del Greco per

avermi dato l'occasione di conoscere

e divulgare una vicenda umana e

storica così importante ed esemplare.

 

               

Nei pressi della masseria di Michele Del Greco (il secondo da sinistra)

 

Agosto 2012

 

      Nella improvvisa quiete che si genera in spiaggia nell'ora del meriggio, quando tutti raccolgono le forze per il ritorno a casa con nuvole di figli, oggetti vari e lo spettro della cucina in agguato, ho cominciato a leggere avidamente il libro "Caro papà", recentemente mandatomi in dono dalla poetessa Raffaella Del Greco, figlia di Michele Del Greco, dal suo eremo sulle montagne abruzzesi. Sulla quarta di copertina del libro Raffaella Del greco così si rivolge al padre:

 

                                                                   A mio padre 

Sono passati 65 anni ed il mio pensiero è sempre lì,

 nei cortili di quel carcere,

nei quali la tua figura ci veniva incontro,

trasformandosi passo dopo passo:

le spalle si rialzavano, l'incedere diveniva più deciso,

il volto si rasserenava e gli occhi si illuminavano.

Il "piccolo" uomo

che usciva da quella porta della cella

diventava un gigante che emanava

forza e dolcezza insieme, coraggio e tenerezza.

Era la quercia che si riappropriava dei suoi rami

per donare loro ancora la propria linfa vitale.

Eri tu, Padre, quel gigante e noi i tuoi germogli

che riprendevano vigore al tuo abbraccio possente.

Anche il cielo, dianzi plumbeo e ostile

ci ridonava un chiarore luminescente.

Ricordi dolorosamente belli, 

ma una grande ferita nell'anima.

La moglie di Michele, Carmina, nel 1945

" Mia compagna cara con la rassegnazione di Dio. Carminuccia, avevamo una bella famiglia da portarla col nome di Dio! Il mio destino: sono stato condannato a morte. Io vi benedico e mi dovete perdonare per qualche mancanza. Portate la palma e fate quello che vi dice vostra madre, avete perso il padre: io muoio perchè ho commesso di aiutare la povera gente. La vita mia ve la devono pagare che quando è caduto il governo fate ricorso che muoio per aiutare la gente. Cara Carminuccia perdonami se ho fatto delle mancanze, però sono innocente, tanto che la notte mi è venuta a trovare in sogno mia sorella Giuseppina e già mi ha fatto segno che mi veniva a prendere. E' riuscito il sogno che mi ha fatto mia sorella. Non fate lagnare nessuno; date le pecore a quelli che hanno stipulato il contratto di acquisto. Lasciatene un po' per voi. Dite a Trafficante di far stare suo figlio a lavorare con voi fino a quando sarà grande Nunzio e pagatelo bene. Parlate col compare di Torre de' Nolfi per trovare a vendere un po' di pecore e anche un po' di capre, parlate anche con Domenico Di Turco; le mucche mantenetele per uso famiglia, così non guardate agli altri. Non fate il torto a mio padre perchè è peccato; io non posso consolarmi e non posso rivederlo l'ultima volta. Così ha voluto il triste destino. Raccomandatemi a tutti i Santi e alla Madonna della Libera che la tengo a cuore sempre cara. Carminuccia, mi consolo che pure ti ho visto l'ultima volta e mi portasti tutti e quattro i miei figli, figli cari! Sto chiuso dentro una stanza senza una goccia d'acqua. Figlio Nunzio, fai il buono, fa quello che ti dice tua madre che non credevo di lasciarti così subito. Saluto mia sorella Francesca, mio cugino Pietro e famiglia, le vostre sorelle e famiglia, volete bene anche a vostra madre. cesso di scrivere. Ti sono stato sempre fedele, tuo marito Michele Del Greco.

Oggi quella bambina che scriveva la letterina di Natale e non ricordava la poesia ha 86 anni, legge a fatica ed a fatica scrive, vive a Roma ma torna sovente nella città natale a ritrovare voci, suoni e colori della sua difficile infanzia, della adolescenza ferita, dei suoi ricordi dolorosi dai quali non vuole separarsi e dentro i quali ha scavato incessantemente per ricostruire una verità per troppi anni occultata.

Torniamo anche noi indietro nel tempo e attraverso una ricostruzione basata su documenti storici attendibili e la testimonianza diretta di chi visse sulla propria pelle il dolore della guerra cerchiamo di capire il senso della vita di un pastore che è riuscito ad essere Uomo per Davvero.

Prezioso, in tal senso, il capitolo dedicato a Michele Del Greco dall'avvocato Lando Sciuba nel libro "I giustiziati di Sulmona". Tra i processi attivati dal Tribunale militare tedesco  caratterizzati da carenza di documenti ufficiali e attti autentici, quello celebrato a Sulmona a carico di Michele Del Greco, secondo lo studioso, è l'unico che sia stato possibile ricostruire con la maggiore approssimazione possibile. 

     La vicenda umana di Michele Del Greco, per una di quelle imprevedibili burrasche della Storia che si abbattono sui popoli della terra, si intrecciò con la opprimente occupazione tedesca all'indomani dell'8 settembre in quella parte del nostro Paese, il Centro Italia, duramente provato dalla presenza dell'esercito nazista.

     Michele Del Greco, figlio di Nunzio e di Raffaella Di Giusto, era nato ad Anversa degli Abruzzi il 20 giugno 1896. Come tanti altri giovani della Conca peligna e delle Valli confinanti era emigrato negli Stati Uniti d'America conquistando, grazie al suo spirito di sacrificio e con il sudore della fronte, un certo benessere.

     Tornato in Italia prima della guerra aveva avviato nella sua città natale una piccola azienda zootecnica allevando animali che provvedeva anche a macellare in parte, commerciando, così, le loro carni.

     Per una serie di elementi che arricchivano la sua personalità, ben forgiata dalla conoscenza della società nord-americana, dalla intelligente umanità di montanaro e dalla profonda fede cristiana alla quale era stato educato, Michele aveva capito che "le migliaia di giovani - di ogni razza e nazionalità, di ogni grado ed estrazione - che vagavano per le montagne di Sulmona in attesa e nella speranza di poter passare le "linee" e comunque ricongiungersi alle Armate alleate che faticosamente risalivano la penisola, rappresentavano un autentico, enorme problema "politico" prima ancora che militare, oltre che umano e morale, in quanto i futuri assetti internazionali e le stesse relazioni dell'Italia con molti Paesi stranieri dipendevano anche dal modo in cui sarebbero stati trattati quei giovani ai quali - oltre tutto in modo preciso ed inequivoco - faceva riferimento la stessa dichiarazione armistiziale. C'era poi "Radio Bari" che rammentava in continuazione l'obbligo delle popolazioni delle zone ancora occupate dai Tedeschi di assistere, aiutare e proteggere gli ex POW con l'assicurazione che ogni spesa documentata sarebbe stata rimborsata dopo la Liberazione." 

     Un giorno Michele è nella sua baracca in località "Boccamezzana" intento ai lavori di ordinaria quotidianità.

Improvvisamente arrivano un Ufficiale tedesco in forza ai reparti di stanza a Sulmona (dove si vuole che "corteggiasse con insistenza una giovane professoressa da poco rientrata da Roma") ed un Ufficiale italiano in forza alla Milizia forestale.

     Scrive Lando Sciuba: " I due muovono precise contestazioni a Michele, che si difende serenamente respingendo le accuse.

Ma a questo punto l'Ufficiale tedesco invita Michele a riconoscere in lui il falso fuggitivo che appena qualche giorno prima egli ha accolto in quella stessa baracca, credendolo appunto un POW e che ha rifocillato ed ha indirizzato lungo sentieri sicuri verso la libertà, e affinchè non sussistano più dubbi ordina a Michele di prendere dal loro nascondiglio i quaderni - o fogli - sui quali il medesimo ufficiale tedesco afferma di avere vergato il suo nome ed il relativo numero di matricola a definitivo e ufficiale suggello dell'aiuto prestato ai soldati alleati.

     Michele Del Greco ha sufficiente intelligenza e lucidità per capire che il suo destino è ormai concluso. Viene catturato ed immediatamente trasferito a Sulmona dove il 27 novembre 1943 nell'aula d'udienza del Tribunale inizia il processo a suo carico.

    Per un tragico paradosso della vita quei fogli di quaderno vergati da giovani sconosciuti, che nel giorno della Liberazione avrebbero dovuto rappresentare la prova di una solidarietà concreta ed effettiva, praticata coraggiosamente nel contesto di una situazione estremamente gravida di rischi e di pericoli , diventa così la prova irrefutabile della responsabilità del prevenuto.

 

     Sembra che al momento della sentenza in lingua tedesca Michele Del Greco non abbia compreso subito il suo destino e si sia rivolto interrogativamente verso il furiere che in francese gli traduce:" Condamné", aggiungendo, nel dubbio che l'uomo non avesse ancora capito, "Kaputt".

     A Michele Del Greco è chiaro che è finita.

     Continua Lando Sciuba: "L'uscita in catene dalla sala d'udienza sotto i mitra tedeschi, nella cornice di una folla muta ed impietrita il cui silenzio ha la forza dell'odio, diventa improvvisamente drammatica perchè proprio in quel momento e lungo quelle stesse scale Michele riconosce la moglie e la figlia Raffaella. Le due donne al mattino erano andate al carcere della Badia per portargli indumenti puliti e lì soltanto avevano appreso della celebrazione del processo: il che lascia immaginare che i Tedeschi abbiano letteralmente bruciato i tempi del giudizio e che quindi nemmeno all'Avv. Gravina (Ndr:avvocato di Michele) sia stato possibile farle avvertire.

     La moglie intuisce l'accaduto e, sconvolta dal dolore, tenta di gettarsi dalla rampa delle scale.

     Nello sbandamento e nella confusione generale, in un contesto di tensione altissima, si trovano per un momento di fronte Michele e Raffaella, padre e figlia.

     Michele rivolge alla figlia diciassettenne parole di disperata lucidità e di grandissimo amore:"Non c'è più niente da fare. Pensate a Mamma." 

     Ma c'è ancora la speranza della "grazia".

 

 

     Da "I giustiziati di Sulmona" leggiamo: " Il comportamento di Michele in carcere è esemplare.

     Rispetto ai suoi occasionali giovani compagni di cella, se non ancora di sventura, egli è e si comporta come un padre, un amico fidato, un punto di riferimento in mezzo al mareggiare della disperazione e della paura e la ben maggiore esperienza di vita; la consapevolezza istintiva di essere e di dover essere una sorta di esempio e di rifugio tra i giovani, vuoi perchè più avanti negli anni, vuoi perchè padre di quattro figli; la serenità che gli deriva dalla sua convinta fede di cristiano; forse lo stesso senso naturale dell'orgoglio e della dignità fanno di lui in quei giorni la fonte della speranza di salvezza per i tre giovani militari italiani.

     Come ricorda Algerino Navini, Michele dà consigli, suggerimenti, pareri. Sprona alla serenità e alla fiducia, parla per convincere gli altri sul dovere della speranza e dell'ottimismo.

     Come non infrequentemente accade, la vigilanza tedesca si rivela - inspiegabilmente - meno rigida ed efficace di quanto non sia lecito immaginare, sicchè quando viene portato fuor dal carcere per alcuni lavori sui terreni che allora costituivano la "colonia agricola", Michele ha addirittura una qualche possibilità di tentare una fuga - lui pastore e conoscitore dei segreti della montagna - verso i Monti del Morrone che sovrastano l'antico penitenziario.

     Ma come spiegherà ai suoi compagni di cella, e ciò dimostra la lucidità del ragionamento che ha, quindi, sicuramente operato su questa prospettiva, il timore che da ciò possa derivare un sicuro nocumento alla sua famiglia lo trattiene e lo blocca: come dire lo inchioda una volta ancora al suo destino." 

     

La famiglia apprende con qualche giorno di rirtardo la intervenuta esecuzione capitale.

Il 27 novembre 1943 sui muri di Anversa viene affisso il manifesto con cui abbiamo aperto questa rassegna.

     Uno di questi manifesti viene affisso proprio vicino la casa di Michele.

     La figlia Raffaella tenta di prelevarlo, ma viene colpita con il calcio del fucile di un soldato tedesco.

Bisogna attendere che il tempo migliori: è l'inverno più rigido del secolo ed il terreno del cimitero è ghiacciato.

     Quando viene - faticosamente - rimossa la coperta militare e riemerge così il viso di Michele, roso dal gelo, ma ancora integro nella sua fisionomia, la moglie si getta sul corpo e lo bacia disperata.

     Poi, mentre mani pietose la ritraggono da quella fossa, il viso di Michele sembra immediatamente trasformarsi per il contatto con l'aria.

Michele Del greco riposa, da allora, nel cimitero comunale di Anversa degli Abruzzi.

     Il 28 aprile 1945, tre giorni dopo la Liberazione del Nord Italia, viene tardivamente compilato il certficato di morte di Michele come avvenuta al cimitero di Bagnaturo, frazione di Pratola Peligna, e non all'interno del penitenziario della Badia in tenimento del Comune di Sulmona.

     Sulla figura di Michele del Greco cadono il disinteresse e l'oblio.

     Si pensi che nella relazione sulla attività delle formazioni partigiane della Conca peligna e delle valli confinanti, a riguardo del Comune di Anversa degli Abruzzi si riferisce della fucilazione per aver prestato soccorso a 200 ex POW senza enunciare il nome di Michele Del Greco.